Roma, 1 giu — Dopo le larve e le cavallette approvate da mamma Ue ora sulle nostre tavole potrebbe arrivare una «carne» sintetica a base di proteine di microbi. Che bellezza! A renderlo noto sono i ricercatori dell’Istituto tedesco di Potsdam per la Ricerca sull’Impatto climatico, che avvertono della necessità di ridurre, o meglio ancora sostituire la carne di manzo con prodotti cresciuti in algidi laboratori. Ne è sicuro Florian Humpenöder, a capo del team di ricercatori: «La carne bovina fornisce proteine preziose all’uomo, ma la zootecnia ha un impatto ambientale negativo, specialmente in termini di deforestazione, emissioni di gas serra, utilizzo dell’acqua ed eutrofizzazione».

Largo alla carne di microbi

Nello specifico, si tratta di microbi nutriti con zucchero; posti all’interno di bioreattori, si trasformano in un sostituto della carne. Secondo gli scienziati che hanno condotto la ricerca, il consumo diffuso su tutto il pianeta di questa «carne» sintetica salverà la Terra dalla deforestazione e dalle emissioni di Co2. «La sostituzione del 20 per cento di consumo pro-capite di carne animale con le proteine derivate dai microbi entro il 2050 compenserà i futuri aumenti delle superfici dedicate al pascolo su scala globale, riducendo del 50 per cento l’anno la deforestazione e le annesse emissioni di gas serra e metano», è quanto riferito dagli autori dello studio pubblicato sulla rivista Nature.

Chi controlla la sicurezza dei prodotti?

Del resto le proteine microbiche, assieme alla «carne» vegetale, sono già in vendita nei supermercati negli Usa, in Svizzera e nel Regno Unito. Un business che secondo il Guardian vale già 1,9 miliardi di sterline. Ma questi prodotti costituiti da cellule moltiplicate infinite volte in laboratorio sono sicuri? E chi lo deve stabilire oltre all’azienda che ha condotto internamente i propri studi? «C’è bisogno di seri approfondimenti sugli effetti a lungo termine di queste cellule coltivate in un brodo chimico con fattori di crescita sull’organismo umano e di una vera valutazione di impatto ambientale, considerando anche le emissioni pesanti provocate dai bireattori utilizzati», commenta Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia. E va da sé che di questi test deve occuparsi un organo esterno alla società produttrice.

Ma quale good food

Secondo l’imprenditore, raggiunto telefonicamente dal Giornale, servono leggi che impongano la messa in chiaro in etichetta «la descrizione di questi processi produttivi ultra sintetici, vietando l’utilizzo di termini quali good food o carne pulita che inducono in errore il consumatore». In sunto, se un’azienda vuole mettere in commercio un prodotto a base di «prodotti vegetali ultra-processati, di cellule indifferenziate cresciute in un brodo di antibiotici e fattori di crescita o di proteine fermentate da funghi per omologare la dieta mondiale, nessun problema: però non chiamatela carne». Nessuna obiezione.

Cristina Gauri

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