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Roma, 28 lug – La giustizia italiana, intesa come soggetti che la amministrano nel nome del popolo italiano, unico detentore della piena sovranità attraverso la quale elegge e controlla il potere legislativo, va aggiustata partendo da un repulisti che dovrà minare alle fondamenta il sistema di nomine interno al Consiglio superiore della magistratura narrato da Luca Palamara nel libro intitolato, appunto, Il Sistema. La logica della meritocrazie è venuta meno lasciando il posto agli intrighi tra togati attraverso i quali un determinato magistrato si beccava una nomina prestigiosa mentre l’altro si beccava un trasferimento punitivo chissà dove.



L’urgenza di una riforma (seria) della giustizia

La gestione delle faccende interne alle procure della Repubblica si è trasformata negli anni in una spartizione delle fette di torta del potere in maniera del tutto illogica. È come se la macchina, una volta costruita e ben oliata, si fosse ribellata contro il suo creatore, e, da potere dello Stato necessario e potente, si è trasformata in nemico occulto che manovra sottobanco. Ciò che è accaduto a Piercamillo Davigo coi verbali dell’avvocato Amara è emblematico quanto stupefacente, e non tanto per la palese cazzata commessa (se sarà reato lo decideranno i giudici: si dice così, no?), quanto per la naturalezza con cui Davigo spiega come la gestione dell’enorme potere nelle sue mani preveda lo stravolgimento della prassi e delle procedure, le quali vengono archiviate o tirate per la giacchetta a piacimento di ognuno di loro.

La commistione tra magistratura e politica risulta altrettanto evidente in quanto Davigo parlò di quei documenti, anche mostrandoli, con soggetti politici ossia David Ermini, vicepresidente del Csm, e Nicola Morra, un tragico grillino finito tragicamente alla presidente della commissione antimafia. La ragnatela è bell’e pronta, ed è grottesco che il piddino David Ermini non abbia ritenuto doveroso informare Sergio Matterella, in quanto presidente del Csm, dell’accaduto. La situazione è sia paradossale che grave. Vi siamo giunti poiché ad inizio anni ’90 la classe dirigente italiana, in particolar modo quella politica, pensò bene di delegare alla magistratura il compito di imporre un codice etico che valicasse quello penale, inchiodando così con lo spillone della paura dello sputtanamento chiunque facesse parte di governo o parlamento. Quei reati contestati a gran parte dell’arco parlamentare, eccezion fatta per i comunisti, facevano temere non solo un procedimento penale, ma anche e forse soprattutto l’infame etichetta di ladruncolo.

Il grillismo e la giustizia cialtronesca

Etichetta che nessuno si sarebbe poi potuto staccare di dosso. Il grillismo è la quintessenza di questa cialtronesca gara tra persone rispettabili, e la battaglia per una prescrizione infinita vuol garantire il pieno potere ai magistrati che ancor oggi vestono i panni del mazziere. Ai grillini, nella rivolta contro il processo giusto, si uniscono molti magistrati. Dunque il cerchio si unisce nel punto esatto in cui era iniziato. Queste due forme di potere si autoalimentano e si sostengono a vicenda, ma quel pezzo di parlamento succube alla magistratura non ha ancora capito che una volta terminato il giro di giostra verrà masticato e sputato nel dimenticatoio della politica di bottega. E se il parlamento non agirà energicamente e con tempestività fermando l’agglomerato di potere togato che coi suoi scandali riempie le pagine dei nostri giornali, beh, si sarà reso complice dello scivolamento dell’Italia in uno stato di democrazia monca, o corrotta.

Lorenzo Zuppini

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