Agrigento, 9 ago – “Se non riesco a trovare un modo per incontrare e bloccare l’atto tramite il presidente della Banca Popolare Sant’Angelo, il dott. Antonio Coppola, pagherò con la mia stessa vita, dandomi fuoco davanti ad una loro filiale che sceglierò a caso e senza comunicare a nessuno data e ora dell’eventuale gesto. Ormai non ho più nulla da perdere, la mafia mi ha tolto tutto”, dichiara Ignazio Cutrò, testimone di giustizia dell’entroterra agrigentino, che con le sue denunce ha permesso di far condannare in via definitiva un gruppo mafioso della zona.

“Dopo la recente revoca della protezione ai miei familiari e la conseguente scelta da parte mia di rinunciare alla tutela personale, per non rendere la mia famiglia obiettivo unico di vendette, la già turbata serenità della mia famiglia è ulteriormente messa in difficoltà da un atto di precetto della Banca Popolare Sant’Angelo che mi intima di pagare un vecchio debito di circa 60 mila euro, oltre more ed interessi, entro e non oltre il 19 agosto prossimo” dichiara Cutrò.

“E’ acclarato, da documenti ufficiali redatti dagli organi dello Stato, che la chiusura della mia impresa edile è dovuta ai debiti accumulati dall’azienda dopo le denunce per le estorsioni subite” Adesso, per l’ex imprenditore di Bivona, è una corsa contro il tempo per chiedere ai responsabili dell’Istituto di credito licatese, il blocco della precettazione.

Il 23 maggio del 2013, nel giorno del ventunesimo anniversario della strage di Capaci, il tribunale di Sciacca emanava un decreto ingiuntivo di pagamento del debito in favore della Banca Popolare Sant’Angelo. “Grazie alla sensibilità dell’allora presidente della Banca, Nicolò Curella, il decreto ingiuntivo, alla luce del racconto delle mie vicende, era stato momentaneamente sospeso” dice Cutrò. “Quattro anni dopo, nel novembre del 2017 – aggiunge il testimone di giustizia – torna a rivivere il decreto ingiuntivo per mano dell’avvocato Corrado Candiano, con il quale oltretutto ho avuto un incontro mostrando la documentazione trasmessa al Ministero. Nulla di ciò li ha bloccati, oggi – dice ancora Cutrò – è arrivato l’atto di precetto, che precede di dieci giorni il pignoramento forzato”.

Non è la prima volta che l’ex imprenditore, la cui azienda, prima delle denunce contro il racket, faceva diverse migliaia di euro di utili all’anno, si trova in questa situazione. Già nel 2016 UniCredit aveva teso la mano al testimone di giustizia congelando un debito nettamente superiore a quello maturato con la banca licatese.

Ignazio Cutrò è un uomo che ha denunciato in modo chiaro e netto la presenza mafiosa nel proprio territorio ed ha saputo offrire alla giustizia un contributo concreto. Ha avuto il coraggio di rompere il muro di omertà, in un contesto locale ad alto rischio con una presenza mafiosa che mai aveva subito l’onta della denuncia. Un uomo che ha deciso, nonostante i gravi rischi, di rimanere nel proprio territorio tentando di dimostrare che la scelta di legalità non arretra e, al contrario, si radica in quegli stessi territori dominati dalla presenza mafiosa, facendo così in modo che siano piuttosto gli stessi boss a sentirsi estranei al loro contesto abituale affaristico, politico e familistico.

Ignazio Cutrò è stato anche una guida per l’associazione nazionale “Testimoni di giustizia” ed insieme ad altri coraggiosi testimoni si è fatto carico di comprendere i limiti legislativi della normativa vigente e di sollecitare, anche energicamente, le Istituzioni ad intervenire con un programma di riforme adeguato a superarne i limiti. Tutelare adeguatamente Cutrò significa tutelare il territorio e la libertà di fare imprese in provincia di Agrigento e in tutta la Sicilia. Liberi dai soprusi mafiosi.

Gaetano Montalbano

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3 Commenti

  1. Si è tovinato la vita per niente.

    Mettere tutto sul piatto per andare da solo contro un sistema… è stupido, inutile… ti isola e ti mette in ridicolo… o peggio: mette a repentaglio la tua vita.

    E’ lo stato che deve muoversi autonomamente, non il cittadino.

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