Roma, 2 nov — Emergono nuovi orrori commessi dai macellai titini in Slovenia: una campagna di scavi eseguita nella località di Kocevski Rog e durata da giugno fino alla fine di ottobre ha riportato alla luce i resti di 3.200 oppositori anticomunisti di nazionalità slovena e croata, trucidati alla fine della Seconda guerra mondiale.

Dalla Foiba di Kocevski Rog emerge l’orrore

Si tratta della più grande fossa comune mai scoperta nell’area: se da tempo era nota l’esistenza dei cadaveri giustiziati dai partigiani di Tito, non se ne conosceva però l’ordine di grandezza, emerso solo in seguito all’apertura delle operazioni di recupero. Ad occuparsi della riesumazione è stata una commissione governativa slovena, secondo la quale gran parte delle vittime presentava segni di arma da fuoco. E’ del tutto probabile che i partigiani li avessero fucilati prima di scaraventarli nella foiba, senza curarsi dell’effettivo decesso. Pertanto, secondo l’atroce destino condiviso con le migliaia di infoibati italiani, a molti dei dissidenti assassinati era toccata in sorte una lenta agonia sul fondo dell’abisso. Secondo gli speleologi, qualche sopravvissuto ai proiettili avrebbe persino tentato, invano, di arrampicarsi lungo le pareti della foiba.

Identificare uno a uno i resti appare un’impresa impossibile. «Ma ho espresso la mia aspettativa che lo Stato e le autorità responsabili garantiscano che tutti coloro che sono stati violentemente assassinati durante e dopo la seconda guerra mondiale ricevano una degna sepoltura e che abbiano un posto nella memoria storica della nazione», spiega monsignor Andrej Saje, presidente della conferenza episcopale della Slovenia.

Storia di un massacro

L’eccidio di Kocevski Rog viene collocato storicamente a partire dal giugno del 1945. In reazione alla vittoria dei titini gli oppositori anticomunisti erano fuggiti in Austria dove gli inglesi li avevano prima accolti in un campo nelle vicinanze di Klagenfurt, e poi ne avevano stabilito il rimpatrio, firmandone di fatto la condanna a morte. Una volta tornati in Jugoslavia, i detenuti avevano trovato la morte per fucilazione perché ritenuti collaborazionisti di nazisti e fascisti.

Cristina Gauri

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