Home » Hiv, chi è il paziente zero? Forse un soldato della Prima guerra mondiale

Hiv, chi è il paziente zero? Forse un soldato della Prima guerra mondiale

by Alessandro Della Guglia
0 commento
Hiv, prima guerra

Roma, 1 feb – Il Covid, purtroppo, non è l’unico virus a Rna in circolazione. Ce ne sono, come noto, di ben peggiori. Uno di questi è il terribile Hiv, con la diffusione dell’Aids su scala pandemica fatta iniziare solitamente dai primi anni Ottanta. Eppure stando a quanto suggerito da Jacques Pepin, epidemiologo dell’Università di Sherbrooke in Canada, la prima persona ad aver contratto l’Hiv potrebbe essere stato un soldato della Prima guerra mondiale. Pepin non è propriamente uno sprovveduto in materia, da anni è infatti impegnato a indagare sull’origine di questo virus e ha avanzato questa clamorosa ipotesi in un suo recente studio, pubblicato da University Cambridge Press.

Hiv, l’ipotesi dell’epidemiologo 

“La mia ipotesi – dice l’epidemiologo – è che il paziente zero dell’Aids fosse un soldato della Prima guerra mondiale, costretto a cacciare gli scimpanzé a causa della denutrizione. Il colonialismo, la fame e la prostituzione sono infatti i fattori chiave che hanno permesso la diffusione della malattia”. Dunque si tratterebbe di un militare che stava combattendo in Africa. D’altronde Pepin fa presente che anche dai suoi studi precedenti è emerso che il virus dell’immunodeficienza delle scimmie (Siv) venne verosimilmente trasmesso all’uomo nel Camerun sud-orientale all’inizio del XX secolo.

“Durante la Grande guerra – spiega lo scienziato – la Germania aveva diverse colonie in Africa e le forze alleate decisero di invadere queste colonie, una delle quali si trovava proprio in Camerun, e i soldati trascorsero diversi mesi nella città di Moloundou, dove si ipotizza che possa essere avvenuto il primo salto interspecie”.
In quelle zone dell’Africa fame e denutrizione erano purtroppo dilaganti ed è quindi probabile che anche i soldati europei furono costretti a cacciare, nutrendosi anche di carne di scimmia.

“La catena di trasmissione potrebbe aver avuto inizio in questo modo – ipotizza Pepin– inizialmente si sarebbe diffuso lentamente, ma poi, con l’uso di aghi sporchi, la carenza di risorse e le limitate capacità di disinfezione, il contagio sarebbe diventato piano piano sempre più rapido. La trasmissione zoonotica, secondo le mie stime, avrebbe portato a circa 500 persone infette all’inizio degli anni ’50”.

Alessandro Della Guglia

You may also like

Commenta

Redazione

Chi Siamo

Il Primato Nazionale plurisettimanale online indipendente;

Newsletter

Iscriviti alla newsletter



© Copyright 2023 Il Primato Nazionale – Tutti i diritti riservati