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Inferno affidi: la storia di Frada, bambina disabile strappata (senza motivo) ai genitori

by La Redazione
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Roma, 7 mar – È tornata a casa Frada, nome di fantasia che i genitori hanno scelto unendo i nomi di papà Franco e mamma Daniela. Disabile al 100%, nel 2017 fu tolta ai genitori accusati di non essere in grado di occuparsene. Frada soffriva di una patologia accertata con ritardo diagnostico inescusabile. Una drammatica vicenda durata due anni, con la bambina che all’epoca dell’inizio dell’intervento sociale aveva solo 4 mesi.

Le infamanti (e non vere) accuse

I servizi sociali di Bologna, inspiegabilmente accaniti verso i genitori, li giudicarono inadatti e incapaci di prendersi cura della figlia. Così, quando la bimba ha compiuto un anno, Franco e Daniela hanno ricevuto il provvedimento del Tribunale, con il quale si disponeva l’affidamento eterofamigliare.
La bambina invece era nata con una disabilità che non era né riconosciuta né diagnosticata. I servizi hanno accusato i genitori imputando loro il ritardo nella crescita psicofisica della piccola, senza fare gli esami clinici che avrebbero dipanato ogni dubbio e consentito un intervento terapeutico sulla minore, idoneo ad alleviare la sua patologia. Partendo da questa valutazione, viene limitata la responsabilità genitoriale. Nel giugno 2017 la mamma e la bambina vengono inserite in una comunità inidonea ad accogliere disabili e lontana dagli ospedali di cui Frada aveva bisogno a causa di crisi respiratorie.
Nonostante un incontro nel settembre 2017 tra i vari medici e il responsabile di comunità – da cui si comprende chiaramente che il ritardo nella crescita psicofisica non sia addebitabile ai genitori – le accuse proseguono ancora più incalzanti. La madre viene definita soggetto patologico, affetta da dismorfismo e persino ossessionata dal pulire le parti intime della piccola, la quale, a detta degli educatori della comunità, avrebbe subìto tali inadatte cure.

Non è incuria: Frada è malata

Al compimento di un anno, Frada finisce in affido. I genitori possono vederla una volta alla settimana, in un ambiente neutro, per non più di due ore presso una struttura terza sotto l’occhio vigile di diversi operatori che relazionano emozioni e frustrazioni con interpretazioni sempre contrarie ai genitori. Quando la bambina ha un anno e due mesi arriva la diagnosi: soffre di una grave forma di lissencefalia congenita. Con questo verdetto il Tribunale non dispone che la piccola possa ritornare a casa. Anzi, su richiesta del servizio sociale, Frada viene affidata a una famiglia fuori regione. Due anni di viaggi e umiliazioni, colloqui con gli assistenti che non li supportano ed anzi li umiliano. Un incubo.
Nel settembre 2019 il cambio di difesa e la rivalutazione critica del caso posta in essere dai difensori (gli avvocati Rita Ronchi e Nicola Neri Bernardi) impongono al Tribunale di disporre il rientro a casa della minore e di non essere più adesivi alle proposte inaccettabili dei servizi sociali, i quali ritentano di proporre una nuova onerosa collocazione comunitaria. Frada, poco dopo, finalmente torna dai genitori a Bologna. Il Tribunale però, ad oggi, non ripristina la responsabilità genitoriale, impedendo la fruizione dei sussidi per famiglie con disabili. Cosa ancor più grave, senza accertare le responsabilità degli operatori sanitari e sociali colpevoli di aver stilato relazioni – come si legge dalle memorie difensive – non corrispondenti al vero.
I legali hanno denunciato il grave ritardo e l’omissione della diagnosi, l’anomala azione di privazione della responsabilità genitoriale con violazione dei diritti della famiglia e della bambina. Il tutto è stato oggetto di consulenza medico-legale a firma della dottoressa Del Borrello.

Le allucinanti responsabilità dei servizi sociali

Dalle carte del contenzioso giudiziario emerge che i servizi sociali non potevano non sapere di cosa realmente soffrisse la piccola e che, in ogni caso, dal settembre 2017 il ritardo patologico non era determinato da incuria. Ciononostante hanno obbligato per due anni la famiglia ad andare e venire da Bologna a Pesaro, tutti i fine settimana, per poter vedere la bambina.
Il riconoscimento della malattia era possibile, e comunque era doveroso, prima di accusare i genitori, procedere a tutti gli esami diagnostici del caso. Gli operatori dei servizi sociali, invece che lavorare in supporto di questa famiglia monoreddito, hanno deciso di strapparla ai suoi genitori. Accusandoli senza mai riconoscere l’imperdonabile errore che tanta sofferenza ha causato. Stiamo parlando di professionalità in capo a servizi per minori che hanno compiuto gravissimi errori e tuttora ostinati a non riconoscerli. Non è un caso isolato: va rivalutato il sistema degli affidi. A chiederlo è l’avvocato Ronchi nell’ennesima memoria difensiva depositata. Ora che è tutto chiaro, diventa necessario appurare le cause che hanno reso possibile l’assurda vicenda.
Frada è tornata a casa, ma quanti bambini sono ingiustamente ancora lontani dai loro genitori? Quanto costano questi interventi sociali a protezione dei minori? Frada non ne era cosciente, ma quanti bambini ricorderanno il lacerante senso di abbandono della prima sera in comunità senza mamma e papà? La storia di Franco e Daniela dimostra che non si deve fare l’errore di credere alle accuse rivolte ai genitori senza un adeguato controllo.
Antonietta Gianola

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