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Roma, 17 apr – Chi sostiene che gli italiani possano «morire di fame» per il lockdown contro il coronavirus, le cui conseguenze potrebbero portare sul lastrico milioni di italiani, è un demagogo. Perché «in Italia non si muore di fame». E’ questa l’illuminante rivelazione dell’ex segretario dem Pierluigi Bersani, che a Dimartedì su La7 ha spiegato la sua visione dell’emergenza coronavirus: «Siamo chiusi in casa da un mesetto. Un miglioramento c’è ma avanza in modo talmente lento che sembra quasi che vada indietro. Dobbiamo tenere i nervi saldi, resistiamo con buona pazienza e volontà. Sento qualche demagogo che dice “non voglio morire di virus, non voglio morire neanche di fame”. Si muore di virus, in Italia di fame non muore nessuno».

Il problema, quindi, si riduce a quello che Bersani osserva affacciandosi dal giardino di casa propria, in provincia di Piacenza, e agli echi delle notizie filtrate dalla sua forma mentis progressista: dagli involtini primavera agli abbracci ai cinesi siamo poi passati all'”andrà tutto bene” passando per i “700 morti” – questi ultimi strumentali, strumentalissimi, usati unicamente a mo’ di grimaldello per propugnare il diktat del lockdown prolungato. Italiani, state a casa, altrimenti crepate di virus. Dall’equazione scompaiono – anzi, non vi sono mai stati – i bisogni economici degli italiani: non è affar di Bersani se si moltiplicano su e giù per lo Stivale le richieste di aiuto rivolte dalle famiglie alle associazioni di volontariato, se a Palermo capifamiglia disoccupati assaltano le Lidl o se vecchietti non mangiano per tre giorni.

Evidentemente quando il Fondo monetario internazionale aveva diffuso la previsione di primavera, indicando l’Italia come una delle Nazioni più colpite dalla recessione, Bersani stava potando le rose in giardino: subiremo una contrazione del 9,1% nel 2020, ma secondo l’ex segretario del Pd questo non avrà effetti sulla capacità di fare la spesa degli italiani. O quando l’ Osservatorio suicidi per motivazioni economiche segnalava l'”allerta massima per gli effetti da Coronavirus” riportando la catastrofica previsione di un’impennata superiore a quella del 2013-2016.

Oh certo: forse in Italia non assisteremo a scene da Terzo Mondo; non vedremo bambini scheletrici coperti di mosche. Magari di inedia nel senso stretto del termine qui non si muore – per ora. Perché magari gli italiani, pur di mangiare, rinunceranno a qualcos’altro: a curarsi, per esempio. Non avranno la liquidità per prenotare in privato un esame e dovranno aspettare mesi o anni nelle strutture sanitarie carenti e falciate da anni di tagli, operati proprio dal partito di cui Bersani era segretario. E nel frattempo magari ci moriranno. O porteranno in tavola alimenti scadenti con conseguenze devastanti per il proprio sistema immunitario – e si ritorna di nuovo alla questione del welfare. O semplicemente il loro spirito, fiaccato dalla disperazione, verrà meno e si appenderanno a una trave. Ma non lo diciamo troppo ad alta voce, altrimenti per Bersani siamo “demagoghi”. 

Cristina Gauri

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