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Popolazione laureata (percentuale). Fonte: Almalaurea su dati Ocse

Roma, 4 giu – Ultimi in Europa per numero di laureati in rapporto alla popolazione – recentemente superati dalla Romania – e prossimi ad essere superati anche dalla Turchia, mentre gli obiettivi europei prevedono per il 2020 un ulteriore aggravio di questo distacco.

Iscritti all’università e soprattutto immatricolati al primo anno in calo vertiginoso sebbene concentrato nelle regioni meridionali della Nazione, abbandonate a se stesse come dimostra la tragedia della Sicilia sepolta da una classe politica locale inetta imposta da Renzi. Non solo, mentre i licei, classici e scientifici, sfornano nuovi iscritti perfino in leggere crescita, crollano gli accessi agli studi superiori da parte degli studenti degli istituti tecnici e professionali, popolati per lo più dai figli di operai e impiegati di basso livello.

Così, se in un decennio a partire dall’anno accademico 2004-2005 il numero di immatricolati all’università è diminuito su scala nazionale del 20%, al sud e isole maggiori la stessa percentuale sale al 29%, seguita dal centro con un ragguardevole (in negativo) 27%, mentre al nord si limita al 9% con un timidissimo segno di ripresa nell’ultimo anno.

Come già illustrato su queste colonne in relazione a un recente rapporto Ocse su giovani e occupazione, i cosiddetti “Neet” o giovani non occupati né iscritti a scuola o in apprendistato, che in Italia il 26,09% tra 15 e 29 anni, il 40% ha abbandonato la scuola prima del diploma secondario superiore, il 49,87% si è fermato dopo il diploma e “solo” il 10,13% ha un titolo di studio universitario. Quindi, chi abbia frequentato soltanto la scuola superiore si trova paradossalmente in una situazione peggiore sul piano occupazionale.

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Tendenze delle immatricolazioni all’università: calo complessivo, crollo al sud Italia. Dati: Anagrafe Nazionale Studenti

L’ultimo rapporto di Almalaurea rincara ulteriormente la dose: in merito alla condizione occupazionale dei laureati, i luoghi comuni della classe dirigente “più ideologica e ignorante d’Europa”, quella italiana, sono smentiti dai dati. Nel 2013, infatti, il 28% dei manager aveva completato solo la scuola dell’obbligo. In Germania tale quota è del 5%. Il fallimento delle riforme dell’istruzione è attestato dal basso tasso dei laureati (il 22% contro una media Ue al 37%) a cui oggi si aggiunge il crollo delle immatricolazioni all’università: dal 2003 (338 mila) al 2013 (270 mila), meno 20%.

Altra leggenda smontata dal rapporto, quella secondo cui i laureati italiani costerebbero troppo. Falso: costano la metà di un laureato tedesco e circa il 30% in meno della media dei paesi Ocse.

Un quadro impietoso che testimonia oggettivamente l’assalto non soltanto all’istruzione ma al ceto medio, in un impoverimento collettivo, materiale e intellettuale, che – come già nel citato rapporto Ocse – ha portato i giovani italiani all’ultimo posto per capacità letterario-linguistiche e logico-matematiche. Probabilmente, quello che l’Europa a doppia guida tedesca e anglo-americana ha sempre desiderato e tenacemente perseguito, memore delle straordinarie prestazioni economiche, industriali e intellettuali dell’Italia ai tempi della sovranità e dell’autonomia.

Francesco Meneguzzo

3 Commenti

  1. A mio avviso, tre sono i problemi principali:

    1. Incapacità delle scuole superiori (anche degli stessi docenti) di indirizzare ad una giusta carriera scolastica e/o lavorativa alla fine del quinquennio. Questo dovuto anche all’estrema facilità delle scuole, ormai basate sulla convinzione “promuovere tutti, bocciare il meno possibile”;

    2. Incapacità dell’Università stessa di dare una giusta impronta allo studente; vale un po’ il discorso fatto sopra: corsi di laurea inutili, che danno un’infarinatura di tutto, senza entrare mai veramente nel dettaglio (ricordo ancora all’università quanti esami “farsa” ho dato solo per raggiungere il totale crediti necessari per potermi laureare).

    3. Inesistenza di un mondo del lavoro in grado di accogliere laureati: stage, tirocini, apprendistati vanno bene durante il periodo universitario – per farsi le ossa. Una volta laureati, troppi ragazzi e ragazze sono costretti ad accettare lavori ad una paga minima (se sono fortunati). Probabilmente in tanti iniziano a pensare: “perché devo sbattermi per altri 5 anni e poi andare a lavorare al McDonald’s od in qualche ditta con contratti di apprendistato sottopagati, quando posso trovarmi subito un posto(guadagnando), ed offrirmi fra 5 anni al mercato del lavoro in concorrenza ad un neolaureato che non ha mai lavorato.”

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