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Roma, 30 ott – E’ uno che fa sul serio, il deputato di Italia Viva Luigi Marattin. Ieri aveva esordito con la proposta di schedare tutti coloro che utilizzano i social, costringendo gli italiani a depositare un documento di identità al momento dell’apertura di un account: “Da oggi al lavoro per una legge che obblighi chiunque apra un profilo social a farlo utilizzando un documento d’identità. Poi prendi il nickname che vuoi (perché è giusto preservare quella scelta) ma il profilo lo apri solo così”, aveva twittato sollevando un vespaio di polemiche. Detto, fatto. Marattin, uomo d’azione, ha immediatamente avviato una petizione online sul portale di Italia Viva “per impedire che il web rimanga la fogna che è diventato” e contrastare la piaga dei “profili falsi sui social network”. La raccolta firme viaggia per ora sulle 2800 adesioni di zelanti cittadini che hanno bene in testa quali siano le priorità della nazione, ma un articolo di Wired e molteplici tweet di addetti ai lavori ne hanno già evidenziato alcune gravissime lacune.

Innanzitutto la tanto sbandierata petizione “contro i fake” consente, a coloro che la sottoscrivono, di firmare senza presentare alcuna prova della propria identità. Proprio così. Inoltre, la raccolta stessa firme che chiede “trasparenza e garanzia della fonte” contro informazioni “profondamente distorte e manipolate” rende invece possibile la sottoscrizione multipla con lo stesso indirizzo email, sostenendo la raccolta con nomi completamente inventati, nonché a utilizzi non autorizzati di indirizzi altrui. Ancora Wired ci spiega come sia stato possibile per l’autore dell’articolo iscriversi con nomi quali “Babbo Natale” e “Jessica Rabbit” e un unico indirizzo email esistente, per ricevere due distinte email che confermavano l’avvenuta partecipazione all’iniziativa. Non solo: il counter della raccolta firme segna l’avanzamento di uno anche nel caso ci si iscriva con nome falso e indirizzo di posta elettronica inesistente. Noi abbiamo provato, fatelo anche voi.

Un fail di proporzioni bibliche, per di più ospitato dal portale di una forza politica al governo e che come se non bastasse, fa sempre notare Wired, fino a poche ore fa non rispettava nemmeno il regolamento europeo sui dati personali del Gdpr in quanto, prima che glielo facessero notare, nel form da compilare non era inserita alcuna policy. Il web specialist Andrea Ganduglia ha inoltre segnalato anche l’assenza di un sistema antispam, token riciclati e la mancanza di una lista pubblica delle firme registrate. Insomma, proprio coloro che vorrebbero silenziare il dibattito con provvedimenti liberticidi sui social, non sanno nemmeno come dovrebbe funzionare una petizione online. Siamo a cavallo.

Cristina Gauri

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2 Commenti

  1. senza entrare nello specifico di questo fantozziana vicenda,potrei sintetizzare così il pensiero di questi politici di sinistra:

    1) per iscriverti ad una multinazionale americana come Fb, carta di identità e magari anche le impronte digitali,ove tal Maratin aspira forse ad un impiego come metronotte virtuale securitario.

    2) per entrare in Italia inseguito dalle galere del terzo mondo in procinto di fare una strage da 12 morti a Berlino come Anis Amri, non solo niente documenti,ma guai a chi esprime magari proprio su Fb il suo pacato dissenso.

    game over compagni siete alla frutta e con documenti alla mano.

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