Roma, 3 mag – Veniamo subito al punto senza tanti giri di parole: la polemica sull’intervista di Rete4 a Sergej Lavrov è assurda e la presa di posizione al riguardo del premier Mario Draghi è alquanto pericolosa. Chi scrive, come qualunque giornalista, può e deve poter intervistare chiunque voglia senza che si scateni un osceno polverone politico. Se anche avessimo l’opportunità di intervistare il diavolo in persona, non ci faremmo certo scappare l’occasione. Questo non significa affatto condividere le risposte dell’intervistato, confondere le idee o dare visibilità a determinati personaggi. Significa, al contrario, fare semplicemente informazione e fornire un quadro completo ai lettori (o ai telespettatori nel caso di specie).

L’intervista a Lavrov, appunti per i colleghi smemorati

E’ piuttosto emblematico che la bufera di queste ore venga alimentata anche da certi media correct, talmente assuefatti al monopensiero dominante da non discernere più il giornalismo dalla propaganda. Ed è ancora più emblematico che a mettere in discussione l’intervista a Lavrov siano adesso certi colleghi, intenti spesso a rimarcare lo scarso pluralismo – stigmatizzato dall‘indice sulla libertà di stampa (l’ultimo verdetto del World Press Freedom Index colloca l‘Italia a un pessimo 41° posto) – presente nel nostro Paese.

Sono forse gli stessi giornalisti cresciuti a suon di elogi all’intervista di Oriana Fallaci all’Ayatollah Khomeini? Correva l’anno 1979 e a quel tempo, con tutta evidenza, nessuno osava mettere in discussione la libertà di azione di una grande inviata. Giustamente, perché qualunque cosa si fosse pensato allora di Khomeini o si pensi oggi di Lavrov, è senz’altro più interessante sapere cosa ha da dire un rappresentante politico di uno Stato sovrano anziché un signor nessuno pescato al mercatino delle pulci. E se al contrario un giornalista volesse intervistare questo signor nessuno, dovrebbe avere comunque la sacrosanta libertà di poterlo fare senza che il Letta (o peggio ancora il premier) di turno si metta a sbraitare.

Caro Draghi, l’unica “strana idea” è la censura

Le parole di Lavrov “sono state aberranti”, ha detto ieri Draghi in conferenza stampa. “La televisione trasmette liberamente queste opinioni”, ma “in realtà” quello di Lavrov “è stato un comizio. Ci si deve chiedere” allora, se è giusto “accettare di invitare una persona che chiede di essere intervistata senza nessun contraddittorio. Non è granché professionalmente, fa venire in mente strane idee“, ha precisato il primo ministro. Niente affatto, caro Draghi. Perché una qualunque opinione espressa da chi viene interpellato, e quella di Lavrov sicuramente era un’idiozia come rimarcato ieri anche su questo giornale, non può essere derubricata a comizio concesso dalla stampa. Non sta poi al primo ministro italiano giudicare la professionalità di un giornalista che può decidere se e come impostare un’intervista. Dalla polemica al bavaglio imposto, il passo è purtroppo breve. Quella della strisciante censura in atto è dunque l’unica “strana idea” – d’altronde a pensar male spesso ci si azzecca – che a nostro avviso sembra farsi largo. Altro che comizi regalati.

Eugenio Palazzini

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