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Roma, 22 mar – Lezioni in presenza e innalzamento della curva dei contagi: c’è una reale correlazione, oppure più di sette milioni di studenti sono in balia della Dad in virtù di calcoli arbitrari? Una gigantesca ricerca condotta da una squadra di epidemiologi, medici, biologi e statistici riportata stamattina dal Corriere scagionerebbe la didattica in presenza ed escluderebbe un nesso di causalità tra i due fenomeni. 



Le lezioni in presenza sono sicure

«Il rischio zero non esiste ma sulla base dei dati raccolti possiamo affermare che la scuola è uno dei luoghi più sicuri rispetto alle possibilità di contagio». E’ la conclusione di Sara Gandini, l’epidemiologa e biostatistica dello Ieo di Milano che ha preso parte allo studio. La ricerca consiste in una mastodontica analisi dei dati del Miur incrociati con quelli delle Ats e della Protezione civile. Si tratta di uno studio che copre il 97% delle scuole italiane, tra più di 7,3 milioni di studenti e 770 mila insegnanti.

L’impennata di novembre non è colpa delle scuole

«I numeri dicono che l’impennata dell’epidemia osservata tra ottobre e novembre non può essere imputata all’apertura delle scuole». Sì perché il tasso di positività degli studenti  rispetto al numero di tamponi eseguito è inferiore all’1%. «Di più: la loro chiusura totale o parziale, ad esempio in Lombardia e Campania, non influisce minimamente sui famigerati indici Kd e Rt . Ad esempio a Roma le scuole aprono 10 giorni prima di Napoli ma la curva si innalza 12 giorni dopo Napoli. E così per moltissime altre città», puntualizza Gandini.

I giovani contagiano di meno

Non solo: «I giovani contagiano il 50% in meno rispetto agli adulti, veri responsabili della crescita sproporzionata della curva pandemica. E questo si conferma anche con la variante inglese». L’esperta prosegue spiegando che i focolai di coronavirus durante le lezioni in presenza sono molto rari, sotto il 7% in tutte le scuole, ed è «statisticamente poco rilevante» la frequenza della trasmissione tra studenti e insegnanti.  

Esiste anche la salute psicologica

I più scettici potrebbero obbiettare presentando i dati sull’aumento dei casi positivi emersi tra i giovani in questi mesi. Ma la Gandini pensa a 360°: la salute non si misura solo con la libertà dal Sars-CoV-2. «In mancanza di evidenze scientifiche dei vantaggi della chiusura delle scuole, il principio di precauzione dovrebbe essere quello di mantenere le scuole aperte per contenere i danni gravi, ancora non misurabili scientificamente in tutta la loro portata e senz’altro irreversibili sulla salute psicofisica dei ragazzi e delle loro famiglie. La scuola dovrebbe essere l’ultima a chiudere e la prima a riaprire», rincara l’esperta. «Ci sono rischi anche nel tenere così a lungo chiuse le scuole. In Italia gli adolescenti delle superiori sono andati a scuola mediamente, quest’anno, solo 30 giorni in tutto».

Sì perché a fronte di un elefantiaco numero di tamponi eseguito ogni settimana negli istituti scolastici, meno dell’1% sono risultati positivi. Inoltre, la crescita della curva non corrisponde alla riapertura delle scuole: i contagi salgono nell’intervallo di età compreso tra i 20 e i 59 anni, e solo dopo due o tre settimane tra gli adolescenti. «I ragazzi non possono quindi in nessun modo essere definiti responsabili o motore della curva». 

Cristina Gauri



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