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Bergamo, 24 mar – «Stiamo lavorando 12-14 ore al giorno, dalle 7 del mattino alle otto di sera, senza sosta nemmeno per mangiare. Riceviamo numerose telefonate da famiglie per andare a casa o ricomporre la salma in ospedale, ma non riusciamo a svolgere il lavoro in tempi brevi». E’ questa la vita degli operatori delle imprese funebri bergamasche. Già ieri la Lia (Liberi imprenditori associati) denunciava una situazione lavorativa divenuta ormai insostenibile, minacciando la serrata dei servizi a meno di un intervento delle istituzioni per il ripristino di condizioni di lavoro più sicure. Oggi lo ribadisce un dipendente di un’azienda di pompe funebri, intervistato da L’Eco di Bergamo, che porta allo scoperto un ulteriore problematica legata ai servizi mortuari.

Un sistema in ginocchio, a tal punto che persino rifornirsi di bare è diventato un problema. Si è iniziato con il finire lo spazio nelle camere mortuarie, e i feretri hanno trovato posto nelle chiese, nell’attesa di venire cremati. Poi nemmeno i crematori ce l’hanno fatta più, nemmeno se accesi 24 ore su 24, e si è dovuto portare i morti nelle altre città, a decine, sui camion militari. Adesso scarseggiano le bare. Troppi morti, a centinaia: e la produzione non riesce a stare dietro alla domanda. «Non è semplice reperire le bare. Nei giorni scorsi ne abbiamo ordinate un quantitativo, ma la ditta veneta non avrebbe potuto consegnarle. Quindi siamo andati con il furgoncino a prenderle. Delle sessanta richieste ce ne hanno date solo 30. Siamo al collasso». Si aspetta per tutto, prolungano e acuendo lo strazio di chi resta in vita. «Quando il decesso avviene in ospedale, le salme, poste nei sacchi neri, rimangono anche un paio di giorni prima che possiamo prendercene cura».

L’intervistato, che ha voluto rimanere anonimo, ribadisce il grido d’allarme lanciato ieri dalla Lai: «Forse non si riflette sui rischi che corriamo per la nostra ed altrui salute: entriamo ed usciamo dagli ospedali ed Rsa, maneggiamo corpi di persone contagiate, visitiamo case dove incontriamo parenti che potrebbero essere asintomatici. È un rischio per la nostra salute, come per la salute altrui. Quando torniamo a casa, abbiamo la preoccupazione per la nostra famiglia». Mancano anche i dispositivi di sicurezza: «Le mascherine sono introvabili, alcuni colleghi le hanno acquistate a prezzi esorbitanti. Siamo una categoria di lavoratori molto esposta, ma si parla poco di noi».

Cristina Gauri

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