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Roma, 3 feb – Poteva finire in tragedia l’incendio appiccato ieri da un immigrato di nazionalità senegalese detenuto nel carcere di Rebibbia.



Secondo quanto riporta il Sappe  (Sindacato autonomo di polizia penitenziaria), il recluso di origine africana, nell’inscenare una «protesta sconsiderata e incomprensibile» ha appiccato «un incendio nella cella dov’era ristretto, dando fuoco a tutto quello che vi era all’interno». Si tratta di una cella del settore G12, dove sono rinchiusi i detenuti con problemi psichiatrici.

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Un detenuto senegalese ha appiccato il fuoco nella sua cella a Rebibbia 

Secondo quanto riferito da RomaToday, Le fiamme sono divampate con una rapidità impressionante, distruggendo la cella. Per spegnere il rogo causato dal senegalese si è reso necessario l’intervento degli agenti di polizia penitenziaria della struttura di Rebibbia e dei Vigili del fuoco muniti di estintori e manichetta. In seguito all’incendio sette poliziotti sono rimasti intossicati.

Le operazioni di salvataggio

Stando a quanto riportato dal Sappe, «tutti i detenuti sono stati inviati velocemente nei cortili passeggi, separandoli da quelli ristretti nella sezione dei positivi al Covid». Una volta che il fumo dell’incendio divampato a Rebibbia per colpa del detenuto senegalese «si è completamente diradato, i detenuti, previa accurata sanificazione, sono tornati nelle loro celle. La situazione è praticamente al tracollo. Vi è sovrabbondanza di detenuti psichiatrici ingestibili», ha denunciato il segretario nazionale del Sappe, Maurizio Somma.

Secondo il Sappe, il carcere di Rebibbia «necessiterebbe di una unità dello Spallanzani distaccata in Istituto per affiancare e sostenere gli infettivologi del carcere, che non riescono a fare gran cosa, se non a chiudere i reparti. La tensione è altissima». Vi è un’alta probabilità di vivere «un altro e più devastante 9 marzo», avverte il sindacato, ricordando l’ondata di rivolte che aveva travolto il sistema carcerario italiano durante i primi giorni del marzo scorso. «Il tempestivo intervento dei poliziotti, con grande senso di responsabilità coraggio e professionalità, ha permesso di evitare più gravi e tragiche conseguenze. Un grazie di cuore a tutto il personale di Polizia Penitenziaria del carcere di Rebibbia che con professionalità e abnegazione hanno evitato che tutte queste situazioni diventassero ancora più drammatiche».

Cristina Gauri

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1 commento

  1. Certo la gestione dei matti (per molteplici e complessi motivi in crescendo), va ormai sostenuta in ambienti assolutamente diversi con l’ aggiunta di personale civile qualificato e professionale nel esame e nella ricerca delle vere cause a beneficio anche della prevenzione esterna, della società cosiddetta libera. Altrimenti resta solo la pena…, per tutti, dentro e fuori. Il carcere per chi dimostra di voler vivere come un sano deve diventare campo di crescita e di lavoro, seppur ristretto.

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