CambridgeRoma, 8 giu – La missione degli investigatori italiani volati in Inghilterra per interrogare i professori di Giulio Regeni a Cambridge non ha avuto successo: i docenti infatti si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.



Nei giorni scorsi infatti la Procura di Roma, in base agli elementi emersi dal computer di Regeni, ha deciso di presentare una rogatoria internazionale per ascoltare i professori inglesi che coordinavano il dottorato di ricerca in cui era impegnato lo studente friulano in Egitto. La rogatoria nasce dal cambiamento del metodo di lavoro di Regeni che ha scelto di applicare il Par (Participatory Action Research) : una metodologia di indagine accademica che prevede la partecipazione diretta alle dinamiche delle organizzazioni da studiare ma che, conseguentemente, aumenta il rischio di diretto coinvolgimento del ricercatore in prima persona. Le domande degli investigatori italiani quindi sarebbero state rivolte in questo senso: perché è stato deciso tale cambiamento? Chi lo ha deciso e quando? Quali erano i contatti che avevano dato a Regeni?

A tutte queste domande i docenti di Cambridge non hanno voluto fornire una risposta, in particolare la professoressa Maha Abdelrahman, egiziana trapiantata in Inghilterra e soprattutto oppositrice del governo di al-Sisi, ha dichiarato “Non rilascio dichiarazioni alle autorità italiane”. La figura cardine della “pista inglese” sul caso Regeni si trincera quindi dietro la facoltà di non rispondere, quando sarebbe stata la sola, grazie ai propri contatti in Egitto, a poter fare luce su alcune dinamiche che restano ancora oscure.

Questo tipo di ostruzionismo da parte inglese può essere letto in due modi: il primo, più semplice, è che i docenti di Regeni stiano cercando di tutelarsi conoscendo certe dinamiche della giustizia italiana; un invito al giovane studente a cambiare modus operandi in Egitto potrebbe essere abbastanza per un’accusa di negligenza colposa, del resto siamo il Paese che in primo grado aveva condannato la Commissione Grandi Rischi per il terremoto de L’Aquila perché sostanzialmente aveva sottovalutato i segnali premonitori del sisma, cosa che scientificamente parlando è una follia. Il secondo, più complicato ma “romantico”, è che i docenti stiano coprendo le loro collusioni, e quelle dello studente italiano, volontarie o meno, con i Servizi Segreti inglesi. Se ci fosse l’MI6 dietro il viaggio di Regeni in Egitto sarebbe imbarazzante per i Servizi di Sua Maestà britannica: dovrebbero rispondere di troppi interrogativi scomodi come, ad esempio, perché sia stato mandato allo scoperto in un Paese dove l’opposizione viene regolarmente schedata e trattata con metodi poco ortodossi per noi occidentali. Insomma è stato mandato un po’ allo sbaraglio. Forse quindi il governo inglese desiderava un agnello sacrificale per raffreddare i rapporti tra Italia ed Egitto? Non lo sappiamo, e non abbiamo elementi concreti per dirlo, ma l’ipotesi, visti e considerati i recenti sviluppi energetici tra Roma e Il Cairo, non è così campata per aria.

Paolo Mauri

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2 Commenti

  1. Io sarei per la prima ipotesi,ed i professori non vogliono prendersi dei rischi concreti contro i servizi egiziani e perchè no con m16 inglese.

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