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Roma, 10 gen – Sulla grave questione romana dei rifiuti, Raggi e Zingaretti rifiutano la realtà. E La dura realtà è che sia Regione che Comune di Roma hanno miseramente fallito il loro retorico obiettivo dell’economia circolare e del rifiuto zero. Partiti con squilli di tromba dalla chiusura della storica discarica di Malagrotta, si ritrovano 6 anni dopo a cercar discariche, di quartiere in quartiere, di comune in comune. In 6 anni il nulla, ben 6 o 7 cambi di consigli di amministrazione in Ama, impianti mai rinnovati e in fiamme (Salario e Roccacencia), piani industriali che dalla teoria del rifiuto zero ora puntano a tutto il contrario, ovvero al ritorno della discarica. Rifiuti sparsi ovunque per le strade di Roma, dal centro alle periferie. Partiti dalla fine delle discariche e del sistema Malagrotta, arrivano, in una tragica e mal interpretata interpretazione dell’economia circolare, a riproporre una discarica a Valle Galeria, a pochi chilometri da Malagrotta.



Ma proviamo a definire i confini del problema, riportando alcuni significativi dati del “Piano di gestione rifiuti della Regione Lazio”, del gennaio 2019. La regione Lazio ha una popolazione di 5,9 milioni di abitanti, una produzione di rifiuti urbani pari a 2,9 milioni di tonnellate, delle quali 1,35 milioni, il 45,5% di raccolta differenziata. La provincia di Roma ha una popolazione di 4,3 milioni abitanti: solo la città di Roma conta 2,8 milioni di abitanti e produce 1,7 milioni di tonnellate di rifiuti, dei quali circa 730 mila da raccolta differenziata (il 42%). Per dare un’idea, di quanto il problema dei rifiuti sia concentrato su Roma, la seconda provincia del Lazio, Latina, ha una popolazione di 576 mila abitanti e produce 280mila tonnellate rifiuti urbani; la seconda città più popolosa della Regione è Latina che ne produce 67mila tonnellate.

Incapacità e teorie puerili

Il grande problema che emerge dai dati forniti da Ispra è che i quasi 1,6 milioni di tonnellate di rifiuti urbani indifferenziati prodotti nella Regione devono trovare, passando dal trattamento meccanico biologico, collocazione impiantistica: quindi, termovalorizzatore o discarica. E Roma e Regione Lazio non hanno un sistema di impianti capace di chiudere il ciclo. Per la gestione del rifiuto urbano indifferenziato la situazione è dunque fortemente dipendente dall’impiantistica extraregionale e Roma, che produce da sola quasi il 58% del totale dei rifiuti urbani generati nell’intero territorio regionale, dopo la chiusura di Malagrotta, non ha impianti adeguati all’enorme quantità di indifferenziato, con un sistema costituito dai soli impianti di trattamento intermedio. Ma anche gli impianti di trattamento meccanico situati nel comune di Roma destinano quote consistenti di rifiuti fuori regione, infatti solo il 44% dell’output di questi impianti è destinata a impianti della regione Lazio, il 19% dei quali è costituito da frazioni avviate a riciclaggio.

Dunque il sistema regionale appare “decisamente condizionato da scelte progettuali che hanno comportato l’eccessivo ricorso a forme di trattamento intermedio (meccanico e meccanico biologico) che non rappresentano una soluzione gestionale definitiva per notevoli quantità di rifiuti urbani indifferenziati …. Allo stato attuale, dunque, la configurazione impiantistica della Regione e di Roma non consente la chiusura del ciclo di gestione dei rifiuti urbani che, come evidenziato, dovrebbe garantire oltre alla collocazione del rifiuto urbano indifferenziato anche quella dei rifiuti prodotti dagli impianti di trattamento intermedio”. Insomma le passate scelte industriali di Roma e a Regione per la filiera del rifiuto si sono fermate a metà strada, agli impianti intermedi; scelte sino al 2013 condizionate dal sistema Malagrotta, ovvero dall’incondizionato conferimento dei rifiuti alla storica discarica romana, e in seguito da una puerile teoria del rifiuto zero e dalla fede incondizionata sulle evoluzioni della raccolta differenziata e quindi sulla drastica riduzione del rifiuto indifferenziato, da destinare, appunto, a discarica o termovalorizzazione. O a viaggiare.

L’assenza di un piano serio

In tanti anni di studi, analisi, discussioni, non si è prodotto un piano serio per la chiusura del ciclo dei rifiuti. E così mentre commissioni su commissioni analizzano il piano regionale rifiuti, scoprendo che serve la discarica romana, e Ama produce l’ennesimo progetto industriale, quest’ultimo filoimpiantista con investimenti per 520 milioni – tmb, compost, biogas, e, udite udite, termovalorizzatori (forse sì e forse no) e con previsti aumenti della Tari, si va per discariche, da Civitavecchia a Cesano, da Corcolle a Falcognana. E ci si imbarca per avventure industriali – il progetto del compost a CasalSelce e del biogas a Salone/Prenestina – in aree improbabili, disseminate di conferenze di servizi e dal probabile esito negativo. Una gestione fallimentare, causata da palese incapacità operativa, che provoca continui danni ambientali, che rasentano in alcune aree, e penso in particolare a Roma Est, il vero e proprio disastro ambientale, tra terre dei fuochi, frigo valley e omesse bonifiche.

In attesa di un “salvatore”

E in questa idea delle discariche, da Falcognana a Valle Galeria per rispondere all’emergenza di Colleferro, c’è un vero e proprio ritorno al passato, una resa alle incapacità politiche e amministrative. Il ritorno della discarica a Valle Galeria è poi paradossale, in un ambito territoriale vicino alla vecchia discarica di Malagrotta e all’impianto di compostaggio di Maccarese, in ambiti di pregio paesaggistico; nelle immediate vicinanze di centri abitati, in un’area con livelli di inquinamento preoccupanti; con la presenza di aziende agricole DOP e Doc e anche di presidi slow food; con una difficile e precaria situazione della mobilità e la palese inadeguatezza del sistema viario a sopportare il traffico pesante.

Questa idea della discarica per sopperire alle incapacità generale della gestione dei rifiuti è tanto vecchia e irrazionale che si può pensare venga proposta così, per stratagemma amministrativo, per farsela cassare da questo o da quello e quindi arrendersi alla necessità del trasporto dei rifiuti fuori regione, in attesa di un qualche salvatore che si accolli l’enorme puzzolente fardello, magari per magia convertendolo in energia.

Gian Piero Joime

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