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Roma, 25 mag – Stanno facendo ancora discutere – e giustamente – le varie trame che sono emerse dal caso Palamara e dai giochi di potere del Consiglio superiore della magistratura (Csm). Mentre Mattarella – che oltre a essere il capo dello Stato è anche presidente del Csm stesso – si è rinchiuso nelle stanze del Colle in un silenzio assordante, non solo si è venuto a sapere che una parte della magistratura aveva preso di mira Matteo Salvini solo per odio politico, ma sono venute alla luce anche le complicità tra il partito dei pm e alcuni giornalisti. Sebbene i termini della questione siano ancora poco chiari, è però interessante ascoltare le parole di Piero Sansonetti, che degli intrecci tra giudici e giornalismo se ne intende parecchio: «Se i giornali sono stati molto silenziosi sullo scandalo Csm (e restano per abitudine silenziosissimi su qualsiasi scandalo che riguardi i magistrati), ora diventano veramente muti su giornalistopoli. Muti al 100 per cento. È un ordine di scuderia», ha scritto in un editoriale il direttore del Riformista.

Il silenzio su «giornalistopoli»

Ma perché tutto questo silenzio? «Non sorprende, almeno a me, che i grandi giornali siano agli ordini – non subalterni, ma agli ordini – dei pm. A me sorprende il silenzio, che su questa vicenda non sia uscito nulla: la notizia è questa. Eppure dentro ci sono i nomi più prestigiosi», ha dichiarato Sansonetti in un’intervista a Libero. «Per anni questi giornalisti, e i loro giornali, si sono limitati a firmare le intercettazioni in arrivo dalle procure e adesso, solo perché c’è il loro nome, tacciono? A me non interessa, ma loro – che vivono di relata refero – dovrebbero pubblicarle». Insomma, secondo l’ex direttore di Liberazione, i giornalisti mainstream formano «una casta. Proprio come i magistrati: sono due facce della stessa medaglia».

Cronisti agli ordini dei pm

Di più: per Sansonetti, «il giornalismo italiano dal 1992-’93 ha smesso di esistere, accettando una sorta di vassallaggio nei confronti dei pm. L’indipendenza non esiste: i giornalisti giudiziari sono agli ordini del partito dei pm». A colpire il direttore del Riformista è in particolare un’intercettazione di Palamara e Giovanni Legnini, l’allora vicepresidente del Csm, in cui «discutono su come “orientare” La Repubblica. E lo fanno con grande naturalezza, come se il mestiere della magistratura fosse quello di determinare la linea di un quotidiano. Perché questa intercettazione, da parte degli stessi giornali che da anni accettano le veline dei pm, non è stata pubblicata?».

Sansonetti ad alzo zero contro Travaglio

Nelle carte in possesso della Procura di Perugia ricorrono i nomi di alcune prestigiose firme di Corriere della Sera, Repubblica e Stampa. E Sansonetti formula il suo potente j’accuse: «Giornalisti che comandano sui direttori, sugli editori e sugli altri giornalisti. Il giornalismo politico, ad esempio, ha accettato l’umiliazione e la subordinazione. Con i “giornalisti giudiziari” il giornalismo è morto, ha smesso di esistere perché non è più indipendente: è al servizio del partito dei pm», ribadisce. Peraltro, il direttore del Riformista ha le idee chiare anche su chi sarebbero i boss di questa casta: «Marco Travaglio, Nino Di Matteo, Nicola Gratteri e Piercamillo Davigo. Il giornalismo è loro succube, come prima del 1992 era succube di Dc e Pci». In particolare, Sansonetti punta il dito contro il direttore del Fatto Quotidiano: «Travaglio, ad esempio, è uno dei capi. Gli altri, come diciamo a Roma, “so’ ragazzi”. Il silenzio su questa vicenda dimostra che Travaglio ha imposto la sua legge alla maggioranza degli altri giornali italiani. Del resto sono oltre dieci anni che lo inseguono».

Elena Sempione

4 Commenti

  1. Sansonetti e il Dubbio (concettualmente), sono sempre da tenere presenti… Il Riformista un po’ meno.

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