Caltanissetta, 17 nov – “Se serve, buttateli in mare“. E’ la dichiarazione choc degli scafisti, emersa dalle intercettazioni agli atti dell’inchiesta ‘Mare aperto’ della Procura di Caltanissetta su indagini della squadra mobile della Questura Nissena. Un’indagine che fa luce sui trafficanti di esseri umani, 18 nella fattispecie, che dalla Sicilia partivano alla volta della Tunisia per prelevare e trasportare clandestini in Italia. Una banda di scafisti che dalle intercettazioni annunciava, all’occorrenza, di “sbarazzarsi dei migranti in alto mare”.

“Se serve, buttateli in mare”: scafisti intercettati. L’operazione della polizia

Stamani, alle prime luci dell’alba, 120 uomini della polizia hanno dato seguito alla disposizione della Procura Distrettuale Antimafia di Caltanissetta nei confronti di 18 persone ritenute responsabili, a vario titolo, del reato di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Dei 18 destinatari delle misure cautelari disposte dal Giudice per le Indagini Preliminari, 12 sono stati catturati, mentre 6 sono tuttora irreperibili, probabilmente non si trovano in Italia e gli inquirenti dovranno proseguire le indagini in territorio straniero. Inoltre uno dei soggetti colpiti dalla misura cautelare della custodia in carcere è stato individuato a Ferrara, uno è già in carcere per reati della stessa tipologia, e uno era stato scarcerato da pochi giorni, e si trovava nel il C.P.R. (Centro di Permanenza per il Rimpatrio) di “Ponte Galeria” a Roma, tutti gli altri sono stati individuati a Caltanissetta (8) e a Ragusa (1).

L’operazione denominata “Mare aperto” conferma che gli affari attorno al continuo e massiccio arrivo di clandestini in Italia muovono ingenti somme di denaro con guadagni illeciti al fronte di reati che sarebbe il caso, e su più fronti, si inizino a contrastare con serietà. Si è più volte evidenziato come sotto gli occhi delle Forze dell’Ordine riescano ad arrivare indisturbate in Italia, specie in Sicilia, imbarcazioni cariche di clandestini, a volte obbligando le stesse a dare soccorso e a portarle nei nostri porti perché in acque territoriali italiane a poche miglia dalle coste. Anche in questo caso l’intero traffico di nuovi schiavi avveniva con un intenso via vai tra i porti isolani e quelli della Tunisia, durato anni, e che solo un caso fortuito ha permesso di smascherare.

Un giro d’affari impressionante

Il 21 febbraio 2019 all’imbocco del porto di Gela si incagliava una barca in vetroresina di 10 metri con due motori da 200 cavalli, segnalata da un pescatore del luogo alle forze dell’Ordine. Questo fatto, apparentemente, di poco conto dava inizio alle indagini, durate più di tre anni, che hanno condotto al provvedimento odierno. Gli investigatori della Squadra Mobile appuravano subito che quel natante era stato rubato a Catania pochi giorni prima e che dallo stesso erano sbarcate decine di persone presumibilmente di origini nordafricane. Veniva così individuata una coppia di origini tunisine, che all’epoca dei fatti era già sottoposta agli arresti domiciliari per analoghi reati e la cui condanna definitiva è avvenuta nel corso delle indagini. La coppia gestiva l’attività di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina da una casa sita in territorio di Niscemi. Il proseguo delle indagini avrebbe svelato un autentico “servizio taxi” a cifre considerevoli: dalle 10 alle 30 persone per viaggio, che avrebbero pagato dai 3 ai 5 mila euro a cranio, per un guadagno complessivo che andava dai 30 ai 70 mila euro a traversata.

L’associazione per delinquere, con vari punti strategici dislocati in più centri siciliani (Scicli, Catania e Mazara del Vallo), avrebbe impiegato piccole imbarcazioni, munite di potenti motori fuoribordo, condotte da esperti scafisti che avrebbero operato nel braccio di mare tra le città tunisine di Al Haouaria, Dar Allouche e Korba e quelle siciliane in provincia di Caltanissetta, Trapani e Agrigento, così da raggiungere le coste italiane in meno di 4 ore.

Il denaro pagato dai clandestini in Tunisia veniva inviato in Italia, a Scicli, attraverso note agenzie internazionali specializzate in servizi per il trasferimento di denaro, e poi versato su carte prepagate in uso ai promotori dell’associazione, i quali lo avrebbero reinvestito per aumentare i profitti dell’associazione, comprando, ad esempio, nuove imbarcazioni da utilizzare per le traversate.

La base operativa e lo sfruttamento

La base operativa della presunta associazione per delinquere è stata individuata alla periferia della città di Niscemi, all’interno di una vecchia masseria, dove insiste anche un campo volo privato, il cui proprietario, un imprenditore agricolo niscemese, è oggi indagato e destinatario della misura cautelare in carcere perché ritenuto tra i capi del sodalizio criminale; inoltre avrebbe anche assunto, in modo fittizio, alcuni sodali stranieri, al fine di legittimarne la permanenza o l’ingresso nel territorio italiano. Anche uno dei due promotori tunisini sarebbe stato impiegato come bracciante agricolo con lo scopo di eludere la misura degli arresti domiciliari ed ottenere la concessione di appositi permessi che gli consentivano ampi margini di manovra per organizzare liberamente i viaggi dei connazionali. In più occasioni sarebbe stato proprio lo stesso imprenditore niscemese a recarsi in Tunisia come portavoce del promotore tunisino, prendendo accordi con gli accoliti del luogo al fine di pianificare le fasi della traversata e le modalità di spartizione dei proventi, nonché per mettersi a disposizione offrendo fittizi contratti di lavoro ai migranti giunti in Italia.

Inoltre nella masseria la predetta coppia tunisina avrebbe stabilito la propria dimora, ed avrebbero ospitato gli scafisti di spola provenienti dalla Tunisia e a mezzo di speciali autocarri avrebbero trasportato le imbarcazioni da impiegare per le traversate dalle coste nord africane a quelle siciliane. In particolar modo le imbarcazioni sarebbero partite dal porto di Gela o dalle coste dell’agrigentino per raggiungere la Tunisia e far immediato rientro con il “carico” di migranti.

Quel “mare aperto”

Il 26 luglio 2020, in uno dei viaggi pianificati dagli indagati, un’imbarcazione partita dal Porto di Licata in direzione delle coste tunisine proprio al fine di prelevare il carico di esseri umani per condurli in Italia, ha un’avaria ad entrambi i motori e resta in “mare aperto”, da qui il nome dell’odierna operazione. Grazie alla stretta collaborazione della Capitaneria di Porto di Porto Empedocle e del Reparto Operativo Aeronavale della Guardia di Finanza di Mazara del Vallo, è stato possibile individuare l’imbarcazione durante le fasi di rientro dalle coste tunisine, identificando così gli scafisti facenti parte dell’organizzazione criminale. In particolar modo il natante è stato rintracciato di fronte le coste del comune di Mazara del Vallo.

La complessa attività investigativa ha stabilito a carico degli indagati, 11 di nazionalità tunisina e 7 italiana, gravi indizi di partecipazione a un’organizzazione criminale dedita al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina; reato aggravato dal fatto che l’associazione era composta da più di dieci persone; era finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina di più di 5 persone; aveva carattere transnazionale in quanto operativa in più stati. È stata altresì contestata la circostanza aggravante di aver esposto a serio pericolo di vita i migranti da loro trasportati; di aver sottoposto a trattamento inumano e degradante i migranti e di aver commesso i reati per trarne un profitto. I fenomeni migratori sono nella storia del mondo, ove però se ne ravvisi emergenza ed esigenza, ove vi sia in ogni caso la possibile identificazione, leggasi documento d’identità; resta sempre valido il contrasto ai reati (l’immigrazione clandestina è reato) e possibilmente con certezza della pena.

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Emanuela Volcan

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