«Nel 2012, un gruppo di amici ventenni salva dalla demolizione il Cinema America di Trastevere, fonda l’associazione Piccolo Cinema America, oggi Piccolo America, e inizia a colorare Roma con grandi arene estive gratuite. Da San Cosimato fino a Ostia nasce così Il Cinema in piazza»: così si descrivono gli occupanti del Cinema America, capeggiati da Valerio Carocci. Da quel 2012, nelle casse dei giovani compagni sono passati diversi milioni di euro, erogati da altisonanti sponsor privati e dal ministero dei Beni culturali. L’angelo custode dei ragazzi del Cinema America è stato, e lo è ancora, Dario Franceschini.

Questo articolo è stato pubblicato sul PrimatNazionale di gennaio 2022

Nell’aprile 2016, a conclusione del bando pubblico indetto da Roma Capitale per l’assegnazione della Sala Troisi di Roma, i compagni si aggiudicarono pure la gestione di questo spazio da trecento posti. Il Cinema Troisi viene così assegnato all’associazione Cinema America per sei anni rinnovabili e l’affitto fissato a 2.500 euro al mese, somma irrisoria se si pensa che lo storico cinema Alcazar, chiuso nel 2016, doveva alla proprietà 4.500 euro al mese per una sala da cento posti, un terzo di quelli del Troisi.

I padrini del Cinema America

Partita come occupazione rossa, l’associazione ha trovato il proprio benefattore nel Partito democratico, con cui ha stretto una solida e duratura relazione. I primi paladini dei compagni del Cinema America furono due politici locali: Sabrina Alfonsi, per otto anni presidente Pd del Primo municipio e ora assessore all’Ambiente, e Michela Di Biase, allora capogruppo Pd in Comune. Proprio lei fece conoscere il Cinema America a suo marito, Dario Franceschini.

Nominato ministro dei Beni e delle attività culturali nel 2014, Franceschini si mise subito all’opera per sostenere l’occupazione rossa nel cuore di Trastevere con ben due vincoli ministeriali: «Il Cinema America è adesso a tutti gli effetti protetto da due vincoli che riconoscono l’importanza culturale dell’immobile e il valore degli apparati decorativi. È un atto importante per la città di Roma e per i tanti giovani che, con il proprio impegno civile, hanno salvaguardato un prezioso luogo di aggregazione culturale. Mi auguro che adesso la sala possa tornare presto alla sua vocazione originaria». Nel giugno del 2020 il Tar respinse definitivamente il ricorso dell’azienda proprietaria dell’immobile, in quanto «palesemente infondato», confermando così i vincoli del Cinema America, decretati sulla base dei provvedimenti del ministro Franceschini.

Da compagni a imprenditori

Mentre molte sale cinematografiche chiudono per la crisi, esacerbata dalle chiusure e dalle restrizioni anti-Covid, l’associazione Cinema America continua a prosperare grazie a ingenti finanziamenti, pubblici e privati. Tra i partner dei compagni del Cinema America si possono annoverare il ministero dei Beni culturali, la Regione Lazio, Roma Capitale, la Camera di commercio di Roma, la Siae, Bnl e Alitalia. Oltre agli sponsor regolari, gli occupanti del Cinema America hanno ricevuto erogazioni economiche anche da Poste italiane e Tim. Come rivelato dallo stesso Valerio Carocci, il costo complessivo della gestione di una stagione si attesta sui 600mila euro, la metà coperto dai finanziamenti pubblici e il restante da sponsor privati, incassi del bar, donazioni per le magliette etc.

Per il restauro del Cinema Troisi, il ministero dei Beni culturali di Franceschini ha versato nelle casse dei compagni un milione di euro, mentre Tim ha sponsorizzato parte dell’aula studio, la prima a restare aperta 24 ore su 24 grazie a un finanziamento di 100mila euro all’anno della Chiesa valdese. Da «gruppo di amici ventenni», l’associazione Cinema America si è strutturata come una vera azienda che conta circa 25 soci, di cui sette – tra cui Valerio Carocci, Federico Croce e Giulia Flor – impiegati a tempo pieno. Gli altri lavorano per l’associazione part-time oppure come volontari, come decine di altri ragazzi.

«Non facciamo le zecche»

La versione idilliaca e pulita di Carocci e compagni è stata smentita da una dozzina di ragazzi che avevano occupato il Cinema America nel 2012. I compagni hanno raccontato a Domani che all’epoca gli «amici ventenni» erano molto meno istituzionali e pacifici. All’interno dello spazio occupato sarebbe stato accumulato un vero e proprio arsenale: spranghe, fionde e spray al peperoncino. «L’occupazione nasce come progetto militante. Che all’interno dello spazio ci fossero strumenti per l’autodifesa non è un segreto», ha dichiarato Giulia Moriconi, una degli occupanti originari. La Moriconi parla anche di Carocci: «Lui crea una specie di grande famiglia all’inizio, un sogno, arricchito poi da tutte le iniziative e i momenti di socialità, ma in realtà era un feudo gestito solo da lui, esercitava il potere da solo».

Il leader maximo del Cinema America «usava la violenza psicologica, sempre, tantissima, nei confronti di tutti», un atteggiamento che ha causato la fuoriuscita di molti compagni dal gruppo, compresa la Moriconi. Altri ex occupanti del Cinema America hanno descritto il medesimo clima pesante e autoritario che regnava durante il primo anno di occupazione e di un Carocci che, se contraddetto, tirava pugni ai muri e rompeva oggetti, intimidendo così gli altri ragazzi.

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La strategia di Carocci è chiara fin dall’inizio: accreditarsi istituzionalmente grazie all’appoggio del Partito democratico. «Fin da subito Carocci aveva chiarito che non dovevamo fare le “zecche”. La nostra doveva essere l’occupazione più pulita di Roma. Col senno di poi forse già puntava a creare una passerella elettorale perfetta per la politica di centrosinistra», rivela a Domani V.N., un ex occupante. Effettivamente il Cinema America è diventato una delle mete preferite degli esponenti del Pd, dei suoi sodali, di attori, registi e giornalisti progressisti. Si è parlato pure della nomina di Valerio Carocci come assessore alla Cultura del Comune di Roma, dopo l’elezione di Roberto Gualtieri. Sempre V.N. ha svelato quello che successe nel…

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