Roma, 19 ott – Sulla stampa mainstream in questo momento non esiste praticamente dissenso. Per lo meno se si parla dei temi portanti dell’ideologia dominante, non solo in Italia ma nell’intero Occidente e forse nel mondo.



La stampa mainstream e l’assenza del dissenso

Che la stampa mainstream sia portatrice di valori liberalprogressisti non è certo una scoperta. Sono anni che i temi della globalizzazione, del liberismo sfrenato, del multiculturalismo e dell’immigrazionismo, dell’etica “fai da te” sono universalmente concepiti come gli unici concepibili.

Non è possibile ripensare a una inversione di tendenza di un sistema economico mondiale che – dati alla mano – ha impoverito gran parte delle popolazioni occidentali, non è possibile ripensare e contestare il fallimentare sistema dell’Unione Europea e soprattutto dell’Euro, non è possibile immaginare di voler fermare l’invasione di milioni di clandestini, non è plausibile  – in alcun modo – frenare l’avanzata inarrestabile delle leggi in materia etica (le ultime sono su eutanasia, uteri in affitto, adozioni di coppie omosessuali). Si è aggiunta ultimamente la psicosi da Covid, concepito unicamente come un virus ultraletale da combattere fino al numero – ovviamente implausibile – di zero positivi.

Su Rai, Mediaset e La7 questi temi sono portati avanti senza quasi nessuna contestazione, se non da parte di ospiti conservatori quasi sempre messi in minoranza negli studi televisivi. Sui giornali vige la stessa regola. Questo da decenni. Ma nell’ultimo biennio la situazione è degenerata ulteriormente.

Mainstream, l’abisso oggi è ancora più profondo

Fino ad alcuni anni fa si poteva dire che, nonostante il dominio schiacciante, l’ideologia liberalprogressista lasciasse qualche osso qua e là. Osso che era rappresentato da Rete 4 (con i programmi di Nicola Porro, Paolo Del Debbio e Mario Giordano) da Milo Infante sulla Rai e da Gianluigi Paragone su La7. Sulla carta stampata, il Giornale, Libero, qualche giornale minore quale il Tempo ribattevano, per essere onesti, soprattutto sulla propaganda immigrazionista. Mentre il nascente La Verità di Maurizio Belpietro si mostrava già come una sorpresa assoluta.

Dopo il Covid, la situazione è degenerata verso l’annullamento pressoché assoluto di tale dissenso. Il Giornale diretto da Augusto Minzolini si differenzia ormai pochissimo da Corriere della Sera e Repubblica, fatte salve alcune polemiche generalissime sulla “sinistra” e sul passato “comunismo” che la caratterizzava. A parte l’europeismo, probabilmente mai messo realmente in discussione, desta impressione notare come perfino l’attacco all’immigrazione sia divenuto un tema quasi del tutto ignorato dal quotidiano fondato ormai quasi 50 anni fa da Indro Montanelli.

Libero, ora praticamente codiretto da Alessandro Sallusti e Pietro Senaldi, è in pratica una fotocopia de Il Giornale in versione più colorita. A tenere alti gli scudi di una contestazione vivace del presente rimane soltanto La Verità, e poco, pochissimo altro. Francesco Borgonovo è a tutti gli effetti un cronista anticonformista che con notevole energia affronta i plotoni di esecuzione degli studi televisivi nazionali.

Spostandoci proprio sugli schermi casalinghi, il quadro è divenuto imbarazzante. La7 è praticamente una emittente di propaganda, ove ormai le eccezioni iniziano quasi ad estinguersi. Dopo Paragone e la sua Gabbia, per una certa fase abbiamo avuto un Massimo Giletti abbastanza ispirato con Non è l’Arena: per il resto, il deserto. Si ricordi, soltanto pochi giorni fa, a cosa è stato sottoposto Guido Crosetto, ospite da Corrado Formigli nel suo Piazza Pulita. Su Rete 4 resiste solo il colorito Mario Giordano e il suo Fuori dal Coro, il quale, però, spesso si attira ironie e prese in giro per lo stile decisamente poco ortodosso.

Boccheggia Nicola Porro, benissimo con la sua Zuppa su Facebook ma spesso con il freno a mano tirato su Quarta Repubblica in onda sulla rete Mediaset. Tutto il resto, tanto per cambiare, è una colonia progressista. A partire dal nuovissimo Controcorrente condotto da Veronica Gentili. E non parliamo della Rai. Solo Milo Infante, peraltro in modo decisamente poco esplicito seppur scaltro, prova a proporre qualcosa di differente.

Stelio Fergola

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