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«Voglio saper se la mano assassina
che ha mosso la terra, che ha messo la mina,
sa stringere un’altra, se sa accarezzare
se quella di un uomo può ancora sembrare.»1

Roma, 25 giu – Cima Vallona, comune di San Nicolò Comelico, provincia di Belluno.
Pochi minuti dopo le 3 del 25 giugno 1967, le cariche piazzate alla base del traliccio esplosero, abbattendolo.  Una sentinella del distaccamento di Forcella di Dignas, appartenente al battaglione Alpini d’arresto “Val Cismon”, udì il fragore dello scoppio proveniente da Cima Vallona e avvertì il comando del reparto che si trovava a Santo Stefano di Cadore. Il tenente colonnello Salvatore Costanzo mandò il Tenente Paolo Flego su di un costone soprastante il Passo di Cima Vallona, per controllare la situazione. L’ufficiale, al ritorno, riferì che il traliccio n. 1 era disteso su di un fianco, evidentemente atterrato da una carica esplosiva. Immediatamente, il tenente colonnello Costanzo ordinò al Capitano degli Alpini Zenobio Alamari, al tenente della Guardia di Finanza Luciano Marinetti e al Sottufficiale artificiere Antonio Mascherotti, di formare un pattuglione e di recarsi in ricognizione sul luogo dell’attentato. I militari, quattro Alpini più gli ufficiali, partirono automontati dalla sede del battaglione “Val Cismon” a Santo Stefano di Cadore e, arrivati a 2 km dal traliccio, smontarono dal mezzo proseguendo a piedi. I soldati, giunti a circa 300 metri dall’obiettivo, si disposero a raggiera sul terreno. Il ventiduenne alpino di leva, Armando Piva, di Valdobbiadene in provincia di Treviso, appesantito dalla radio che trasportava sulle spalle, seguì il sentiero incespicando poco dopo sui fili di rame del congegno d’innesco della prima mina, facendola esplodere.

Il primo alpino ucciso

Erano le 6.50. L’onda d’urto lo investì in pieno, scaraventandolo a terra a qualche metro di distanza in un lago di sangue. Senza indugio fu trasportato a braccia qualche centinaio di metri più in basso verso il fondovalle. Nel frattempo, alle 7, il capitano Alamari, che aveva raggiunto indenne il traliccio, comunicò via radio al tenente colonnello Costanzo quanto era accaduto. Costui, tramite il comando della Brigata Alpina “Cadore”, chiese al comando del IV Corpo d’Armata di Bolzano l’intervento di un elicottero con personale sanitario a bordo, facendo inoltre, presente la probabilità che altre mine potessero essere state interrate nella zona circostante il traliccio. L’aeromobile giunse intorno alle 8.15. A bordo c’era il tenente medico Franco Martini, che prestò le prime cure all’alpino ferito. Piva, dilaniato in ogni parte del corpo, fu caricato sull’elicottero e trasferito all’ospedale civile di San Candido dove entrò direttamente in sala operatoria. Sfortunatamente, i due chirurghi, il dott. Spitaler e il dott. Ruscelli, non riuscirono a salvarlo. L’alpino aveva perso entrambi gli occhi, aveva il viso ridotto a un’informe maschera sanguinolenta, le gambe e le braccia avevano subito ferite gravissime e tutto il corpo era stato devastato dalle schegge della mina. Armando Piva morì alle 23 dello stesso 25 giugno 1967.

Il tentativo di bonificare la zona

Intanto, un altro elicottero, un AB 412 dell’Esercito, si era levato in volo dall’Aeroporto di San Giacomo, presso Bolzano, in direzione di Cima Vallona. A bordo vi era una squadra d’artificieri e bonificatori di terreni minati del “Reparto Speciale di Rinforzo per l’Alto Adige”, formata dal Capitano dei Carabinieri Francesco Gentile, comandante del Reparto e carabiniere paracadutista del “Tuscania”; dal sottotenente paracadutista Mario Di Lecce; dal sergente Olivo Dordi e dal sergente Marcello Fagnani, entrambi appartenenti al battaglione sabotatori paracadutisti “Col Moschin”; dal sottotenente medico Carlo Mangiarotti e dal carabiniere fotografo Angelo Marseglia. Il commando aveva l’incarico di raggiungere il teatro dell’agguato per bonificare la zona e raccogliere indizi adeguati all’identificazione degli autori dell’atto criminoso. Appena sceso dal mezzo aereo, il reparto ricevette i ragguagli sulla situazione dal tenente colonnello Salvatore Costanzo che, nel frattempo, aveva raggiunto il luogo in cui era stato abbattuto il gigante d’acciaio. Il tenente colonnello, il capitano Gentile, il sottotenente Mangiarotti e il carabiniere Marseglia si spinsero fino alle vicinanze del traliccio, giungendovi indenni. Il sottotenente Di Lecce, assieme ai sergenti Fagnani e Dordi, iniziò invece a ispezionare il terreno circostante. Dopo aver controllato la strada, la zona adiacente al traliccio e il punto dove era avvenuto il ferimento di Armando Piva, Di Lecce fece avvicinare il gruppo del capitano Gentile che iniziò gli accertamenti tecnici e i rilievi. Conclusa tale incombenza, il capitano Gentile avvertì il tenente colonnello Costanzo della necessità di rientrare al comando a Santo Stefano di Cadore per interrogare i militari che si trovavano assieme ad Armando Piva.

Altri tre militari uccisi

Costanzo si recò poco più a valle, presso un posto radio, per avvertire di ciò il proprio comando. Alle 14.15 del 25 giugno, gli altri iniziarono la discesa verso le campagnole e l’elicottero. Il capitano Gentile e il sottotenente Di Lecce marciavano quasi affiancati alla testa del gruppo, seguiti a cinque o sei metri dai sergenti Fagnani e Dordi, mentre un po’ più staccato, circa sei metri dai due sottufficiali paracadutisti, procedeva il sottotenente medico Mangiarotti; infine, chiudeva la pattuglia il carabiniere Marseglia, distanziato un paio di metri dall’ufficiale medico. Quando il plotone giunse a circa cento metri dal punto in cui era rimasto straziato l’alpino Piva, una violentissima deflagrazione investì i militari. Il capitano Gentile e il sottotenente Di Lecce furono scagliati per oltre sessanta metri nel sottostante dirupo e morirono sul colpo, mentre il sergente Dordi cadde sul posto, smembrato, e morì un quarto d’ora più tardi. Il sergente Fagnani riportò ferite gravissime: ustioni in tutto il corpo; lacerazioni multiple, dovute alle numerosissime schegge che gli causarono una malattia insanabile, la metaplasia; uno sfregio permanente al volto e l’indebolimento perpetuo dell’arto superiore destro, del collo, della mano destra e della funzione uditiva. Fagnani fu trasportato all’ospedale civile di San Candido con l’elicottero, mentre i corpi dei tre eroi caduti, orrendamente straziati (non si riuscì a ritrovare nemmeno le loro piastrine di riconoscimento), furono riportati a valle in sacchi di plastica.

Terroristi tuttora latitanti

Marcello Fagnani, negli anni a venire, ebbe più volte occasione di ricordare quei terribili momenti, di quando fu colpito da oltre quaranta schegge e frammenti di roccia che l’esplosivo aveva resi radioattivi. «Ero una specie di lampadina accesa alla radiografia in ospedale.» «Non mi avevano dato molte speranze, ma io sono qui.» «Ho fatto una deviazione per evitare un cumulo di neve, poi l’esplosione. Quando sono rinvenuto ho visto i corpi straziati dei miei compagni. C’era un medico che mi soccorreva.»
Per questa strage, la Corte d’Assise di Firenze, il 14 maggio del 1970, condannò all’ergastolo Norbert Burger, Peter Kienesberger, Erhard Foltin Hartung von Hartungen, mentre a Egon Kufner furono comminati 20 anni di reclusione per la strage, più un anno per l’attentato al traliccio. Naturalmente tutti latitanti e contumaci, ospitati dall’ “amorevole” mamma Austria.

Eriprando della Torre di Valsassina

1 commento

  1. Degli attentati in Alto Adige non si parla mai in tv, chi sa perchè?
    A volte capisco gli israeliani, bisogna usare il pugno di ferro su certe cose.

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