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Siracusa, 21 ott – Dieci anni e otto mesi. E’ questa la condanna in primo grado per una 26enne siracusana per aver tentato di uccidere, facendoli schiantare contro un muro, i suoi due bambini. E non per «un raptus», non per una momentanea incapacità di intendere o volere, ma per pura sete di denaro. Per il solo desiderio di mettere le mani sul risarcimento assicurativo del marito, che sarebbe spettato ai due bimbi, la donna non aveva esitato a mettere in atto il piano omicida nei confronti delle creature che aveva portato nel grembo e cresciuto.

Un’atroce messa in scena

I fatti risalgono a marzo 2019. Per perseguire il proprio scopo la donna aveva organizzato la messa in scena di un incidente in auto dal quale i piccoli – già sconvolti dalla perdita del padre avvenuta un anno prima – sono usciti lievemente feriti. «Venite, piccoli, andiamo a farci un bel giro», aveva detto la madre mettendosi alla guida del veicolo dopo averli sistemati sui sedili posteriori. Poi aveva percorso, accelerando, una discesa ripida e si era lanciata fuori dall’abitacolo in corsa, lasciando i piccoli nell’auto, che si era schiantata contro un muro un centinaio di metri dopo. «Purtroppo» per la 26enne i piccoli erano rimasti in vita.

L’inchiesta

Dopo le cure in ospedale, si era aperta l’inchiesta sulla dinamica di quell’«incidente» in cui niente tornava, a partire dalla ricostruzione dei fatti fornita dalla donna. Ne era emerso che la 26enne aveva già riscosso le duecentomila euro del risarcimento dell’incidente stradale in cui aveva perso la vita il marito e che ora stava puntando all’assicurazione stipulata dall’uomo destinata ai due piccoli. Le perizie tecniche sull’auto avevano escluso il guasto tecnico e  smentito la versione data dalla donna.

La sentenza

Ieri è arrivata la sentenza, a cui si aggiunge l’interdizione perpetua dei pubblici uffici, l’interdizione legale per la durata della pena, la condanna al risarcimento dei danni e il rimborso delle spese legali in favore delle parti civili (poco più di tremila euro). L’avvocato difensore, Emanuele Gionfriddo, non è riuscito a dimostrare l’innocenza della donna, che secondo le perizie era perfettamente in grado di intendere e di volere.

Cristina Gauri

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