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Bergamo, 20 mar – “Questa non è una lettera: è un grido di dolore” inizia così la missiva, firmata da medici e operatori sanitari dell’ospedale Bolognini di Seriate, in provincia di Bergamo, e spedita alle redazioni delle testate locali. Il Bolognini è una delle strutture impegnate ad assistere i contagiati di coronavirus che arrivano a decine, ogni giorno, da tutta la bergamasca ma in particolar modo dalla val Seriana, la zona che, assieme a Codogno, è stata uno dei primi due cluster dell’infezione in Lombardia. q



Travolti da uno tsunami

La situazione è la stessa in cui versa ogni struttura ospedaliera della bergamasca in questo momento: al collasso. Così come succede a Treviglio, “La verità è che qui siamo allo stremo delle forze”, prosegue la lettera, lanciando il grido d’allarme sulle carenze a cui il personale è chiamato a far fronte: materiali, posti letto, ma soprattutto il personale, stremato a falciato dall’infezione. “Già prima del 21 febbraio, data che segna ufficialmente il primo caso di Covid 19, all’ospedale di Alzano Lombardo sono arrivate in Pronto Soccorso delle brutte polmoniti. Da quel giorno l’ospedale di Alzano ha chiuso il Pronto Soccorso e il reparto di Medicina dirottando sull’ospedale di Seriate tutte le emergenze e i pazienti“. Da quel momento il Bolognini è stato travolto “da uno tzunami, stiamo annegando, siamo al collasso da giorni”.

Un letto in ogni anfratto

Tutti i reparti a disposizione sono occupati “pazienti positivi al Coronavirus, a parte la neonatologia e l’ostetrica, tutti i letti disponibili sono stati trasformati in Covid 19”. Si sfrutta ogni anfratto per ricavarne posti letto: “sono stati posizionati letti con i pazienti in tutti gli anfratti, nella sala d’attesa, nella tromba degli ascensori, nei corridoi. La nostra stanza di terapia intensiva a due letti adesso contiene sei barelle con pazienti gravi. Si deve sapere che i pazienti che arrivano stanno tre o quattro giorni in Pronto Soccorso sulle barelle prima di trovare un posto nei reparti”.

Falciati dal virus

Il personale non ce la fa più, falciato dai turni massacranti e dall’infezione: “Abbiamo 18 sanitari ammalati, alcuni sono morti, altri sono gravi. Noi stessi, che operiamo in questa struttura, non siamo nemmeno mai stati sottoposti al tampone perché viene eseguito solo in caso di reale sintomatologia”. Il motivo è da ricercarsi nel fatto che “All’inizio anche noi ci siamo trovati di fronte ai pazienti senza protezioni adeguate. Alcuni dei nostri Medici, la nostra caposala e molti colleghi hanno accusato febbre e difficoltà respiratoria e solamente allora sono stati sottoposti al tampone. Ma tutti gli altri di noi che hanno lavorato al loro fianco, non siamo stati sottoposti a nessun accertamento. E continuiamo a lavorare. E a fine turno torniamo a casa, dalle nostre famiglie non sapendo se stiamo a nostra volta diffondendo questo virus”.

Nessuno viene lasciato solo

Ma i firmatari della lettera precisano: non si abbandona nessuno al proprio destino. “Non è vero che i pazienti vengono lasciati morire da soli. Lì dentro diventiamo i fratelli, le sorelle, il prete che dà loro una carezza, una assicurazione e anche una preghiera prima di morire. Nessuno malato di Covid 19 è stato abbandonato. Abbiamo pianto per loro come avremmo fatto per un nostro genitore”, spiegano.

L’appello

“Si mandino medici, personale, tute ermetiche. La nostra situazione è disperata, sappiamo che anche tutti gli ospedali della nostra provincia sono provati, ma ripetiamo il nostro appello: aiutateci. Non lasciateci soli. Aiutateci a ricoverare i malati nei reparti. Mandateci medici, personale e materiale”, è il disperato appello conclusivo.

Cristina Gauri



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