Museo NovecentoFirenze, 5 lug – La definizione di “Secolo breve” deve avergli allungato la vita. L’ultimo esempio è la recente apertura, a Firenze, di un museo dedicato a Lui, il Novecento, il secolo che nessun liquidatore è riuscito ad archiviare e che pare non voler finire.

Non è il primo riconoscimento che il XX secolo porta a casa ovviamente. Da Milano a Rovereto, a Roma, a Bari il Novecento e gli artisti che lo hanno animato godono di spazi a loro dedicati. Per non parlare delle mostre checontinuano a segnare il panorama espositivo italiano e che proprio Firenze ha accolto in modo pudico ma potente.

Spazi che non sono loculi, ma camere ardenti nel senso pirotecnico della parola. Contrariamente alle intenzioni di chi più volte ha intonato il suo de profundis, il XX secolo continua infatti a mietere successi e ammiccare  sornione. Nonostante i tentativi di censura e castrazione per omologarlo al nuovo secolo friendly, il Novecento non perde né la criniera né la zampata. Si aggira sul palco come un vecchio rocker a cui i giovani non riescono a stare dietro.

Anche nell’arte, infatti, il secolo attuale pare un figlio fintamente emancipato, che quando vuole dire qualcosa di sensato cita il padre. Un padre forte e un figlio molle che non regge il confronto e non vince il complesso. Basti pensare che cento anni fa il Novecento andava in guerra, e con lui molti degli artisti esposti a Firenze, mentre quelli di oggi scappano nella direzione opposta. Fuggono il conflitto senza tentare di evocare, nemmeno a livello interiore, il magma delle trincee che è stato terra feconda per la nascita della modernità. Si trovano così più deboli non perché più giovani, ma perché più vecchi. Più lenti, più moralisti, più falsi. Più morti di chi è già tornato polvere, comunque più fertile delle loro polluzioni notturne.
Tocca così ai maratoneti del “Secolo breve” – spesso impresentabili, scandalosi e politicamente scorretti – scendere in campo a giocare la partita, per non uscire anche qui al primo turno.

A Firenze il “Museo Novecento” è nato dopo lunga gestazione nei locali delle vecchie scuole leopoldine in piazza Santa Maria Novella, dove trova sede anche il Museo Alinari della fotografia. Le scuole furono create da Pietro Leopoldo sulle spoglie di un ospedale, per dare istruzione “a benefizio delle zitelle povere della città”. Istruzione laica e ‘a rotazione’: quando le alunne raggiungevano un grado sufficiente di educazione lasciavano il posto a nuove leve.

Un concetto, quello della rotazione, che calza in certa misura anche per il museo, che compone il proprio diorama novecentesco con pezzi di collezioni comunali, intervallati ad opere e documenti dati in comodato da artisti, collezionisti ed enti, oltre a video ed installazioni. Un tragitto che intreccia la storia del secolo con il ruolo giocato da Firenze in quello scenario.

DeperoIl percorso è pensato a ritroso, dagli anni ’90 agli anni ’10. Non una marcia indietro ma un’evoluzione dalle foglie non sempre verdi del secolo alla sua radice pulsante.
Le mani dipinte di Mariotti si uniscono ai dattilogrammi di Nannucci, che ridanno alla parola la forza del simbolo perché perduta nella seconda metà del secolo. Le visioni di Superstudio concimeranno Natalini che riproporrà il Razionalismo in architettura. La poesia visiva di Pignotti. I tagli sulla carne viva della tela di Fontana. L’impatto cromatico di Berti e Vedova. Il falò delle vanità di Ori e il surrealismo di UFO. Le composizioni di Accardi che un daltonico vede come con gli occhiali 3D. Gli immancabili collage dal retrogusto futurista di Marcucci e Perfetti. L’Italia di Miccini che emerge come morbillo su di uno spartito. I ritratti di Alberto Moretti che suturano il tempo fino a toccare quelli di Ottone Rosai, il più presente nella collezione.

Rosai, dimenticato da Firenze per anni come quel Giovanni Gentile del quale cacciò l’assassino che bussava alla sua porta, riprende il suo posto nel pantheon cittadino con una ventina di tele. Ritratti che raccontano volti, che fotografano un’epoca. Troviamo poi i Guttuso e i Mafai, ma non con le opere vincitrici del premio Bergamo di Bottai. Aligi Sassu e Felice Casorati. Baccio Maria Bacci che guida il tram futurista di Fiesole su cui salgono idealmente anche Soffici, Primo Conti, Nannini. Severo Pozzati con i quadri che non hanno raggiunto la fama dei suoi manifesti. Sironi e Depero con solitarie ma vibranti opere. De Chirico, Morandi e i voli di Fillia. I fiori di stucco veneziano di Donghi. La poesia lapidea di Arturo Martini le cui venature rendono la consistenza del Novecento, il secolo infinito della nostra storia.

Simone Pellico

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