Wikipedia (1)Roma, 9 feb – Il mondo è quello che è, non quello che si vorrebbe. Questa banalità sembra essere del tutto ignota a molte categorie d’attivisti che continuano a portare avanti le loro campagne moralizzatrici per raddrizzare le gambe ai cani. Fra questi eternamente indignati una delle categorie più ricorrente e strepitosa è quella delle femministe, che a ondate successive si scagliano anche contro Wikipedia.

Qual è stavolta la “colpa” dell’Enciclopedia Libera? Secondo un recente studio dell’Istituto Leibniz per le Scienze sociali di Colonia, Wikipedia sarebbe sessista. Con che criterio? Secondo l’inchiesta, condotta dalla ricercatrice Claudia Wagner, le voci biografiche sulle donne contengono molti più riferimenti alla famiglia e al fatto stesso di essere donne rispetto a quelle che trattano di uomini. Addirittura parole come “figli” e “bambini” comparirebbero più frequentemente nelle voci su donne di quelle sugli uomini! «Questo tipo di discriminazione – spiega il sito Arxiv dove è consultabile la ricerca – è dovuta alla pratica, da parte dei redattori di Wikipedia, di considerare il maschio come il genere di default, o in altre parole di assumere che una voce sia su un uomo a meno che non sia specificato».


Al di là della constatazione quantitativa del fenomeno, si tratta insomma nient’altro che di una scoperta dell’acqua calda che viene trasformata in notizia dai media, che specialmente in Italia negli ultimi anni hanno ricevuto una massiccia dose di “veline” sull’obbligo di neolingua nel trattare personaggi e temi femminili secondo le rigide (e ridicole) regole del “sessualmente corretto”.

Per carità, la ricerca è seria, e ha utilizzato algoritmi che hanno permesso di confrontare sei versioni linguistiche di Wikipedia. Ma i risultati, per chi conosce l’argomento, appaiono ovvi e scontati. La notizia insomma non sta nei risultati, ma nell’indignazione che essi suscitano in certi ambienti.

Wikipedia, infatti, rappresenta il mondo com’è, non come si vorrebbe che fosse. Se nel mondo (in Italia, per esempio) – con buona pace delle pretese delle femministe – si tende ancora ad anteporre l’articolo “la” davanti al cognome di un personaggiowikipedia pubblico femminile o ad aggiungere il “signora”, è normale che l’Enciclopedia Libera rifletta questo linguaggio. Se nel mondo – con buona pace delle paturnie delle femministe – le questioni familiari, sentimentali e di genitrice rappresentano ancora magna pars della biografia dei personaggi femminili, Wikipedia non fa altro che prendere atto di questa realtà e rifletterla nelle sue voci.

Peraltro ci sentiamo di suggerire alla ricercatrice tedesca di effettuare uno studio analogo anche sulle fonti bibliografiche tradizionali: siamo pronti a scommettere che in esse riscontrerà le stesse presunte “distorsioni” che si ritrovano nell’Enciclopedia Libera. Che, giova ricordare, è fatta su fonti terze e l’intervento dei suoi utenti è molto più ridotto di quanto spesso si immagini.

Pertanto, ancorché Wikipedia sia fatta per il 90% da utenze maschili, lo sbilanciamento fra le proporzioni dei due sessi potrà avere un impatto sul rapporto fra voci di interesse prettamente maschile e quelle prettamente femminili, ma i supposti “stereotipi” contenuti in esse saranno determinati dalle fonti e più in generale dalla nostra quotidiana cultura, più che dalle utenze. E non è nemmeno detto che questo impatto sia così drammatico come l’interpretazione femminista della realtà tende a immaginarselo. Un esempio: i manga citati nelle voci “Shojo” e “Shonen” – ovvero i fumetti giapponesi destinati a un pubblico adolescenziale prevalentemente femminile e maschile – sono rispettivamente 43 e 231, 1 a 5,3. Si tenga presente che in Giappone il rapporto fra shojo e shonen pubblicati nel 2010 era di 1 contro 3,8.

La lotta delle femministe contro la realtà all’interno di Wikipedia normalmente finisce con un “armigeri, portatela via”. Nel
tentativo di imporre “balzi in avanti” all’Enciclopedia Libera affinché diventi essa avanguardista di certe trovate ultra-paritarie (come l’introduzione di improbabili neologismi quali “assessora” o “ministra”), di norma l’utente femminista di turno finisce per trovarsi di fronte a un muro di buon senso che presto o tardi causa l’attacco isterico e la conseguente espulsione dalla comunità. È stato il caso della “femminista libertaria” Carol Moore, espulsa dalla comunità wikipediana di lingua inglese per decisione del Comitato Arbitrale di en.wiki in seguito a una disputa durata ben 18 mesi all’interno del progetto “Gender gap task force” (che ha fra gli scopi quello di portare dal 10 al 25% il numero delle wikipediane). La Moore è stata espulsa dopo aver insultato pesantemente i suoi interlocutori, a loro volta comunque ammoniti. Qualche anno fa l’utente italiana Rhockher si ritirò dal progetto dopo un’infinita serie di polemiche sulle questioni attorno al femminismo (che, invero, compresero anche una serie di villani insulti personali contro di lei). Per intenderci, Rhockher è una di quelle che scrive le parole con l’asterisco alla fine per non dover specificare il genere…

wikipedia 2Sempre in Italia lo scorso anno si è trascinato per tre mesi un dibattito sulle femminilizzazioni forzate portate avanti da una utente (o “utentessa” o “utenta”?) che andavano da alcune correzioni anche condivisibili (“presidente” riscritto come “presidentessa” per esempio) a enormità come “la sindaca”. La conclusione – defaticante e, per una volta, condotta senza trincee politiche destra\sinistra – fu che non c’era alcuna conclusione da trarre: Wikipedia segue le regole della lingua ufficiale (ovvero, per quanto riguarda l’italiano, quelle della Crusca) e non quelle del “politicamente corretto” per quanto alta sia la carica istituzionale che le propugna.

La deriva imposta al giornalismo nel nostro paese presto o tardi farà sì che “la sindaca” o “la giudicessa” diventino di uso comune, così come la scomparsa dell’articolo “la” davanti alle donne citate solo per cognome. Ma, al momento, Wikipedia non si renderà complice di questo massacro della lingua di Dante, Manzoni e Calvino. E resterà a lungo come testimonianza eloquente di quanto differente sia il mondo reale dai mondi desiderati dagli indignati di professione.

Emanuele Mastrangelo

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