Roma, 21 mar – La ricerca storiografica ha in comune con quella scientifica un principio metodologico di base. In quanto esistono una «comunità» di storici e una di scienziati, il lavoro di questi studiosi è costantemente soggetto al controllo «pubblico», ovvero alla valutazione del gruppo dei pari. Questo controllo si fonda a sua volta sul criterio per cui una tesi storica, come un’ipotesi scientifica, va giudicata in base alla sua corrispondenza o no ai fatti. I quali, in storiografia, corrispondono agli eventi del passato ricostruiti con l’ausilio delle fonti.



Proprio a tale criterio si ispira, fin dal nome, la collana di Laterza Fact checking: la storia alla prova dei fatti. La quale annovera tra i suoi titoli il libro di Eric Gobetti E allora le foibe? e un lavoro di Chiara Colombini sulla Resistenza uscito lo scorso 4 marzo: Anche i partigiani però… La casa editrice barese non ha in ogni caso compiuto, inaugurando la collana, un’operazione originale. Preceduta da Bollati Boringhieri che, nel 2019, aveva dato alle stampe un testo di analogo tenore, Mussolini ha fatto anche cose buone, di Francesco Filippi. Autore che, guarda caso, si annuncia come nuova entrata nella serie laterziana con un titolo, un po’ sibillino, di prossima pubblicazione: Prima gli italiani! (sì, ma quali?)

Da E allora le Foibe? a Anche i partigiani però… Ma quali «fact-checkers»

Filippi, Gobetti e Colombini si presentano dunque come fact checkers desiderosi di mettere alla prova, per smentirle più che per convalidarle, alcune ricostruzioni di snodi cruciali, e tuttora «caldi», della storia italiana. Il Ventennio (Filippi), il dramma degli infoibati e degli esuli giuliano-dalmati (Gobetti), quella Resistenza che fu anche una guerra civile (Colombini). Ma il profilo di scrupolosi «controllori» è davvero coerente con il contenuto dei libri di questi autori? O c’è dell’altro?

Prima di rispondere a queste domande, occorre individuare i tratti che accomunano le opere citate. In primo luogo, va detto, sono scritte da studiosi che padroneggiano il metodo, conoscono la materia e si muovono con sicurezza tra le fonti. Non si tratta di storici amatoriali dunque, sebbene non siano esponenti di punta dell’accademia. Sono comunque persone bene inserite nell’ambiente della ricerca specialistica, delle associazioni culturali e degli istituti storici. La Colombini è arrivata a definire «piccola repubblica» l’Istituto per la storia della Resistenza, presso cui lavora. Partecipi di una rete di relazioni che ne ha facilitato l’accesso a case editrici prestigiose e che agevola la loro presenza nelle scuole, oltre alle recensioni favorevoli della grande stampa.

Revisionismo «buono» e revisionismo «cattivo»

In secondo luogo, le opere di questi storici hanno un carattere essenzialmente divulgativo. Non dicono granché di nuovo e, utilizzando in prevalenza fonti secondarie, ripropongono posizioni da tempo sedimentate nel bagaglio conoscitivo di chi ha una certa frequentazione della letteratura in materia.

In terzo luogo, i tre volumi e i loro autori hanno a che fare con la categoria del «revisionismo», per quanto diversamente declinata. Gobetti è (ci si passi l’espressione) un «revisionista del revisionismo», deciso a contrapporre un revisionismo «buono» (il suo) a una narrazione «cattiva» (o «nazional-fascista») delle foibe impostasi, a suo dire, sin dall’istituzione del Giorno del Ricordo. Filippi e Colombini, invece, vogliono arginare quel revisionismo «cattivo» che, rompendo gli schemi della defeliciana «vulgata» antifascista e resistenziale, tenderebbe alla rivalutazione indebita dell’esperienza littoria o all’iniqua denigrazione dell’epopea partigiana.

La scelta dei titoli dei libri, d’altronde, non è casuale. Sono ironici, attinti da un serbatoio di luoghi comuni – le «cose buone» di Mussolini, le foibe e l’esodo come «genocidio anti-italiano», la Resistenza come fenomeno criminale e/o militarmente superfluo – dei quali, nella trattazione, si cerca di dimostrare l’inconsistenza sottoponendoli al vaglio minuzioso della critica.

Frequenti contraddizioni e poche evidenze

Tale modus operandi è assai evidente per esempio in Filippi. Il suo scopo è dimostrare il contrario di quanto asserito nel titolo del suo libro, e cioè che Mussolini in realtà non avrebbe combinato alcunché di buono perché le realizzazioni positive attribuite al regime (il sistema previdenziale, le bonifiche ecc.) o sarebbero state attuate prima del fascismo (dai governi liberali) o dopo il fascismo (da quelli democratici) oppure sarebbero semplici invenzioni propagandistiche. Quanto la ricostruzione di Filippi sia davvero «imparziale» (per usare la sua stessa ironia) lo si è già provato in altra sede (Mussolini, le pensioni agli italiani e le «bufale» degli antifascisti, «Il Primato Nazionale» n. 31 2020), come in altra sede ci si è occupati di evidenziare i limiti del lavoro di Gobetti.

Anche i partigiani però…, dal canto suo, richiede qualche puntualizzazione. La Colombini analizza, sulla falsariga del titolo, i più diffusi cliché negativi sui resistenti («rubagalline», «terroristi», «combattenti amatoriali») e dedica grande impegno a smentirli. In quale misura ella riesca nel suo intento lo si potrà intuire più avanti. E’ vero che, in corso d’opera, o si impiglia in frequenti contraddizioni o si avventura in spiegazioni non corroborate (nonostante il preteso fact checking) da adeguate evidenze.

Anche i partigiani però… La Resistenza «minoritaria» e «collettiva»

La Resistenza, riconosciuta come movimento minoritario (nonostante il «miracolo» dei «partigiani del 26 aprile», che spuntarono numerosissimi all’indomani dell’insurrezione generale), sarebbe però, al contempo, un’«avventura collettiva». Le «bande», sebbene siano state effettivamente operative per non più della metà dei venti mesi trascorsi dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945, avrebbero offerto alla vittoria alleata un contributo pressoché decisivo. Le violenze tedesche e fasciste, più che essere innescate dalla guerriglia partigiana, sarebbero la messa in pratica di una brutale volontà di «desertificazione» delle zone rurali.

Il volume di Colombini a dirla tutta, sotto l’apparenza del mero controllo fattuale, rivela piuttosto il carattere di un racconto apologetico. In esso i toni epico-lirici («quell’esperienza di quasi ottant’anni fa, difficile, fragile, romantica, coraggiosa» rappresenta, secondo la studiosa, «la cosa migliore che abbiamo avuto, e che abbiamo») si alternano a digressioni sociologiche e psicologiche, a citazioni letterarie dei cantori del partigianesimo (l’immancabile Beppe Fenoglio in primis) e a giudizi sprezzanti sui fascisti (di cui nemmeno ci si sforza di comprendere le motivazioni, riservandogli il ruolo infamante di «servitori» dei tedeschi). Il tutto, infine, sullo sfondo dell’onnipresente «contesto di violenza diffusa» che spiegherebbe, se non giustificherebbe, gli atti più riprovevoli dei partigian. Quel medesimo contesto che, beninteso, non spiega invece, né tantomeno giustifica, le azioni parimenti disdicevoli dello schieramento nemico.

Una «tigre di carta»

Resta ora da definire il profilo del bersaglio polemico dei fact checkers, fin qui rimasto nel vago, ed è possibile tracciarlo a partire da Anche i partigiani però…, per poi estendere le conclusioni ai lavori di Filippi e di Gobetti.

Tale bersaglio sembra identificarsi, più che con una precisa controparte storiografico-accademica, con una congerie di «falsità» o «mistificazioni» del passato. Riconducibili a quelli che Colombini definisce gli «umori» o il «senso comune», messe perlopiù in circolazione da soggetti estranei ai circuiti storiografici ufficiali. I «discorsi che attaccano la Resistenza», precisa infatti la ricercatrice di Anche i partigiani però… si collocano al di fuori della «riflessione storiografica» e provengono dalla rete, dalla televisione, dalla stampa e dalla memorialistica (di Salò). Una «tigre di carta» quindi, un insieme memoriale e narrativo che, data la sua peculiare natura, a valide intuizioni mischia spesso (e comprensibilmente) imprecisioni, semplificazioni, talvolta errori marchiani.

Senonché i fact checkers ingigantiscono la pericolosità della «tigre» per trarre maggior lustro dall’agevole vittoria che in molti casi riportano su di essa. Basta allora un Filippi (non serve un Renzo De Felice) per bacchettare chi sostiene che Mussolini inventò le pensioni. E’ sufficiente un Gobetti (non serve un Raoul Pupo) per precisare che non furono centinaia di migliaia gli italiani infoibati. Basta una Colombini (non serve un Claudio Pavone) per dimostrare che i partigiani non erano (non tutti almeno) «rubagalline» o esaltati dal grilletto facile.

Lo storico è (necessariamente) di parte

Dietro la dichiarazione di volersi limitare, pro bono historiae, a un mero controllo fattuale, dietro la presunzione di far «conoscere ciò che è stato» nella sua oggettività si cela però, nei lavori dei fact checkers, un aspetto che merita di essere evidenziato. Anche senza scomodare il prospettivismo nietzscheano dei Frammenti postumi (quello per cui non esistono «fatti», ma solo «interpretazioni»), è noto da tempo che l’ideale positivistico di una storiografia capace di riprodurre fotograficamente il passato, mostrandolo per come si è effettivamente svolto, è illusorio. Ogni storico è «di parte», o nel senso che milita nelle file di una corrente (quando non è organico a un partito la cui ideologia gli fornisce una griglia interpretativa del passato) o in quanto, semplicemente, porta nell’oggetto che studia la propria soggettività, con il suo carico condizionante di simpatie e antipatie, di aspettative, di nozioni pregresse, di orientamenti filosofici, politici e morali.

Alla costitutiva parzialità dello storico nemmeno i fact checkers si sottraggono, né potrebbero farlo. Filippi, Gobetti e Colombini sono dunque anch’essi, a modo loro, studiosi «militanti». Elementi cioé di una pars che si può definire (per comodità espositiva) di «sinistra». Il loro lavoro confutatorio integra e supporta una precisa, opinabile (e inevitabilmente parziale) interpretazione dei fenomeni presi in esame. Il fascismo come inutile (se non negativa) parentesi della storia italiana (Filippi). Le foibe come risposta slava alla violenza nazifascista (Gobetti). La Resistenza come «riscatto» di un’intera nazione e fonte di legittimazione dell’ordinamento democratico-repubblicano (Colombini).

Anche i partigiani però… L’esigenza di una «contro-storia»

In questa «faziosità» (nel significato etimologico del termine) non vi è, sia chiaro, alcunché di scandaloso. Purché siano rispettati gli elementari requisiti metodologici del lavoro storiografico. Il punto dolente, che la riflessione fin qui svolta evidenzia, è piuttosto un altro. Al di fuori degli «umori» che circolano in rete, in televisione o su parte della stampa – e prescindendo dalla memorialistica dei «reduci di Salò» (Giorgio Pisanò, Carlo Mazzantini), dagli spunti del «revisionismo liberale» (De Felice) e dalle ricostruzioni più o meno romanzate del «ciclo dei vinti» (Giampaolo Pansa) – latita oggi una narrazione (che potremmo chiamare, sempre per comodità espositiva, di «destra») alternativa a quella che si è poc’anzi definita di «sinistra».

Non esiste insomma, se non marginalmente o in fase ancora embrionale, una «contro-storia». La quale, oltre a investire il piano (seppur rilevante) della ricostruzione evenemenziale, promuova una più vasta riscrittura del Novecento italiano. Capace di inglobare fascismo, foibe, guerra civile (e molto altro) in una nuova sintesi interpretativa altrettanto «militante» di quella avversaria. In grado di combatterla ad armi pari sul piano dell’erudizione e del rigore metodologico, ma anche di superarla su quello dell’esegesi e della capacità persuasiva. La «sinistra», è noto, ha vinto da tempo, grazie a un lavorìo certosino, la battaglia per l’egemonia sulla memoria nazionale. Egemonia che, com’è facile immaginare, ha importanti ricadute politiche. È ora che la «destra» inizi a pianificare una controffensiva, e ad attrezzarsi per condurla con successo.

Corrado Soldato

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