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Trento, 30 set – Sabato 30 settembre 1967. Il treno Alpen Express, partito da Monaco alle 8 del mattino e diretto a Roma, arrivò nella stazione di Bolzano alle 13.25, con 40 minuti di ritardo. Tra gli altri, dal convoglio scese un giovane che avvertì il brigadiere Maiello della Polizia Ferroviaria che una signora tedesca, più a gesti che a parole, lo aveva invitato ad avvertire la Polizia perché in un vagone dell’Alpen Express c’era una valigia senza proprietario. Il brigadiere, non appena allertato, si scapicollò verso il treno nel tentativo di pigliare la valigia per portarla in un luogo isolato. Mentre arrancava vide però il convoglio allontanarsi. A questo punto, telefonò alla stazione di Trento per avvertire il comandante della Polfer del locale scalo ferroviario, il brigadiere Filippo Foti, che subito organizzò il da farsi. Quando alle 14.20, l’Alpen Express giunse nella città del Concilio, ad attenderlo c’erano già Filippo Foti assieme all’agente Martini. I due salirono, raggiunsero l’ultimo scompartimento del secondo vagone e prelevarono con cautela la grossa valigia, depositandola sotto una pensilina. Subito il brigadiere la riprese e, sempre accompagnato da Edoardo Martini, s’incamminò verso lo scalo ovest per portare il bagaglio più lontano possibile dai viaggiatori.

Un boato scosse tutta Trento

Pur rendendosi conto del pericolo, i due servitori dello Stato continuarono ad avanzare, trascinando la valigia sempre più lontano dalla folla. Avevano quasi raggiunto il luogo prescelto quando, alle 14.44, un terribile boato scosse tutta Trento. Lo scoppio di dieci chili di donarite dilacerò e straziò i loro corpi. Filippo Foti fu proiettato contro un reticolato, lo abbatté e andò a schiantarsi sopra un terrapieno poco lontano, nei pressi dei Magazzini Frigoriferi Trentini. Edoardo Martini piombò a poca distanza dalla fossa scavata dall’esplosione. Il pietrisco della massicciata, proiettato tutto intorno, andò a perforare i vagoni fermi sui binari e i muri delle case vicine, mentre l’onda d’urto mandava in mille pezzi i vetri degli uffici e del ristorante. Le decine e decine di passeggeri in attesa sui binari furono ghermite da terrore e sgomento. Per tre ore i resti dei due poliziotti rimasero lì, coperti da lenzuoli bianchi, poi il sostituto procuratore della Repubblica diede il nulla osta per la rimozione delle salme, che furono composte presso il comando del Gruppo in via Perini.

Una bomba a orologeria

Gli inquirenti, inizialmente, visto che non erano state trovate tracce di orologio, pensarono che la bomba avesse avuto un sistema d’innesco a strappo oppure chimico. Fu ipotizzato che, nel primo caso, uno dei due poliziotti avesse aperto incautamente la valigia, facendo attivare il detonatore. Nel secondo caso, sarebbe bastato cambiare la posizione del bagaglio per provocare lo scoppio. La verità fu scoperta la sera del 2 ottobre, quando un operaio salì sul tetto dei magazzini frigoriferi per accertare se l’esplosione avesse provocato danni particolari e per verificare la presenza di eventuali indizi utili per le indagini. Infatti, la Polizia aveva chiesto a tutte le persone, che avessero abitato o avessero lavorato nei paraggi, di collaborare nella ricerca di possibili reperti. Pirchler, tra brandelli di carne umana e schegge varie, trovò due molle d’orologio contorte e incastrate l’una nell’altra. Con il successivo sopralluogo eseguito da un artificiere furono rinvenuti un bilanciere, altre due molle e un pezzo di una delle due borchie che chiudevano la valigia. A questo punto fu chiaro che quella piazzata dai terroristi era una bomba a orologeria che sarebbe dovuta scoppiare proprio quando esplose, cioè alle 14.44; quando l’Alpen Express, lanciato a oltre centoventi chilometri all’ora, sarebbe dovuto transitare sul ponte di Parona oppure, visto il ritardo accumulato, nella tratta tra Mori e Serravalle.

Medaglia d’oro al valor militare

Il 18 luglio del 1968, a Nettuno, nel corso della celebrazione del 117° anniversario della fondazione del Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, entrambi i Poliziotti furono insigniti, dal Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, della Medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Inizialmente, per il modus operandi dell’attacco terroristico, fu sospetta l’accolita di Peter Kienesberger, ma le indagini, che proseguirono per anni e furono aperte e chiuse più volte, non portarono a nulla; nessun processo, nessuna condanna. La strage rimase impunita.

Secondo la relazione sull’inchiesta condotta su episodi di terrorismo in Alto Adige e approvata nella seduta del 14 e 15 aprile 1992 dalla “Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi”, «la tecnica degli attentati ai treni – che negli anni settanta e ottanta avrebbe seminato stragi (riuscite e mancate) nel resto d’Italia nel quadro della strategia della tensione – ha avuto la sua prima sperimentazione in Alto Adige negli anni sessanta, culminando nella ancora impunita strage al-la stazione di Trento del 30 settembre 1967».

Eriprando della Torre di Valsassina

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