Fin dall’Ottocento e su invito della zarina Caterina II di Russia, gli emigranti italiani approdarono numerosi in Crimea, terra oggi al centro della contesa geopolitica e militare tra Mosca e Kiev. Migliaia di pugliesi, liguri, veneti e trentini si stabilirono in quella penisola collegata all’Ucraina che si tuffa tra il Mar Nero e il Mar d’Azov, con la speranza di un futuro migliore.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di aprile 2022

Storia degli italiani di Crimea

Nel 1920, con l’avvento del bolscevismo, la comunità italiana – fino a quel momento benvoluta, e che rappresentava il 2% della popolazione – venne espropriata delle proprie terre e rinchiusa nei colcos, ghetti etnici in cui i comunisti imposero una russificazione forzata, dalla lingua ai cognomi. Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, poi, arrivarono le purghe staliniane contro i gruppi etnici, che culminarono nel gennaio ’42 con la deportazione nei gulag siberiani o kazaki dei cittadini originari di nazioni ostili all’Urss. Tra questi vi erano tremila italiani, caricati su treni e navi, costretti ad affrontare lunghissimi viaggi nel cuore della steppa russa. Stremati e assiderati, in molti non arrivarono mai a destinazione. Tra la fine del sistema gulag nel gennaio 1960 e la dissoluzione del comunismo sovietico nel dicembre 1991, i sopravvissuti italiani tornarono lentamente in Crimea insieme ad altri milioni di deportati. Tra essi vi fu chi provò a tornare in Italia, ma l’Urss cancellò le loro identità, privandoli dei documenti che ne attestavano le origini.

Se questa era la situazione in Russia, in Italia non fu molto diverso. Negli anni la sinistra italiana si diede un gran da fare per cancellare le tracce di chi rimase imprigionato nel «paradiso socialista». Come avvenne per i nostri connazionali di Istria e Dalmazia, i governi italiani che si susseguirono non riconobbero né le deportazioni né l’italianità stessa di chi rimase imprigionato nei gulag. Tra il 2014 e il 2015 Berlusconi tentò un accordo con il presidente della Federazione russa Vladimir Putin, per riconoscere finalmente la doppia cittadinanza e lo status di minoranza alla comunità italiana di Crimea. Tuttavia, nello stesso periodo, la situazione in Donbass e Donetsk si scaldò ulteriormente, sfociando in una guerra di confine oggi sotto gli occhi di tutti.

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Con il referendum dell’11 marzo 2014, chiamata alle urne per decidere se rimanere una regione ucraina oppure annettersi alla Russia, la Crimea scelse convintamente la seconda opzione. Davanti alla presenza di parlamentari ucraini, russi e del Parlamento europeo, l’esito referendario sentenziò la vittoria per i russofoni con un plebiscito del 95,32% dei votanti. Dal 14 marzo l’autoproclamatasi Repubblica indipendente di Crimea passò in mano russa mediante un trattato di annessione, mai riconosciuto da Kiev né tantomeno da Onu e Ue.

Dante sul Mar Nero

Ad oggi in Crimea, tra Kerch e Sinferopoli, vivono circa trecento cittadini di origine italiana riuniti dall’associazione «Cerkio» di Giulia Giacchetti Boico, discendente da italiani deportati dal comunismo. Negli anni, questi nostri connazionali sono stati aiutati dall’associazione Italiani nel mondo e dalle Onlus L’Uomo libero e Sol.Id che, in quelle terre, hanno sviluppato progetti solidali per il mantenimento dell’identità e della cultura italiana e il sostentamento economico per le famiglie meno abbienti. Da segnalare anche l’invio di…

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