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Cartastràccia, il libraio di Altaforte racconta G8 e no global



Roma, 21 lug – Vent’anni è la gioventù che brucia, come una barricata data alle fiamme. Come l’eco lontano di un mondo che non sorgerà, ma che i ventenni hanno sempre invocato, anche oggi nonostante i green pass e le barricate divenute i 280 caratteri di Twitter. Il G8 2001 di Genova è entrato nelle sue prime due decadi, un viaggio in un luogo che sembra sprofondato nella memoria. Sprofondato nella pallottola che ha spezzato la vita di Carlo Giuliani e avvelenato, per sempre, quella di Mario Placanica. Sprofondato tra le manganellate della Diaz, tra gli abusi di Bolzaneto e nella macchia nera di quella torrida estate ligure, che risponde al linguaggio fisico dei Black Bloc, capace di essere 7.300 giorni dopo ancora negli incubi e nei pensieri delle forze dell’ordine italiane.

G8, l’altra destra e le contraddizioni della sinistra 

Non siamo qui per fare l’esegesi di quei giorni, ma per tracciare una linea. L’onda mossasi nel 1999 da Seattle monta alla luce dell’identità, alla luce della protesta contro il liberismo. In Italia la “destra”, quella con il portafoglio riposto nella tasca sinistra dei pantaloni, trincerò la sua reazione sull’aspetto violento – di chiara matrice antifascista – delle masse. Reprimere il verbo, eppure la repressione delle istituzioni è la stessa che ha permesso alle idee di Georges Sorel e dei suoi apostoli di rivoluzionare gli anni ‘20 del secolo scorso. Ma a “destra” c’è chi fu in grado di alzare la mano e porre i giusti interrogativi. Marzio Tremaglia, il 10 gennaio del 2000, inviò una missiva a Gianfranco Fini. “Sulla questione dell’iperliberismo e della globalizzazione non sarebbe male che tu esprimessi simpatia per le proteste che ci sono state a Seattle: proteste a mio avviso profondamente di ‘destra’. Chiunque contesti che il mondo debba essere ridotto semplicemente a commercio e a mercato o comunque ad economia, non può che essere nostro amico”.

Colui che vergò queste righe era l’assessore alla Cultura della Lombardia, dopo pochi mesi la morte lo accolse togliendo ad Alleanza Nazionale uno dei suoi strumenti culturali più appuntiti, capace di squarciare la dicotomia politica che ha anestetizzato l’agone politico di questi decenni. Continua Tremaglia. “Si tratta infatti di un altro aspetto delle contraddizioni della sinistra mondiale, da Clinton a D’Alema: pretendere di essere ecologista e liberalizzatrice”, perché la morale, la morale sinistra della sinistra, impone di inquinare il dibattito delle idee trascinando il suo, ormai residuale, socialismo nelle putride acque del capitalismo. “Difendere i diritti dei popoli e nello stesso tempo di allargare il potere delle multinazionali e dei mercati”, la perfetta fusione tra il progresso di Clinton, divenuto quello degli Obama e dei Biden, ed il velico veterocomunismo dalemiano. “La protesta contro il Wto ha dimostrato che, fortunatamente, c’è una crescente attenzione ai diritti e alle tradizioni dei popoli e delle persone, contro la riduzione del mondo a scambio, mercato ed economia”. Una fotografia nitida, capace da sola di raccontare cosa ci hanno donato questi lunghi ed agonizzati vent’anni.

No global, venti anno dopo il G8

Massimo Cacciari, sulle colonne de L’Espresso ed ospite di Rai News 24, ha rottamato i giovani di quei giorni. In un articolo dal titolo Perché i no Global hanno perso, toglie il velo alla statua ceca del progresso. “Volevano rovesciare il capitalismo per salvare l’ambiente, ma ora sono le multinazionali che teorizzano la sostenibilità. Capovolgendone il senso. E l’ecologismo si è fatto impolitico e universale, integrato nella globalizzazione”.

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Perché quella massa, quei giovani guidati da Vittorio Agnoletto, dal pulpito del Genoa Social Forum, e da Luca Casarini, nel “candido” bianco della sua tuta, scanditi dalle battute di Indymedia non ha fatto altro che farsi metabolizzare dal sistema. Non influenzandolo, ma creando false bandiere come Greta Thunberg che pontificano sulla salute del globo con il finanziamento e il benestare di Amazon e affini. In questo scenario, in questi vent’anni dove tutto ha assunto liquidità del digitale, il volto vero dei no Global restano gli identitari, come ricordava Tremaglia, che accendono un fuoco metafisico, ancora Sorel, nascosto sotto la cenere degli uomini. Gli unici capaci di risvegliare il mondo intorpidito dalle logiche dell’economia.

Lorenzo Cafarchio



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