Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 12 nov – Aldo Cazzullo non demorde, e torna sulla questione di D’Annunzio ed il suo ruolo – a dire del giornalista prestato alla storia “enfatico e dannoso”- nella Grande Guerra rispondendo ad una lettera del nipote del Vate Federico D’Annunzio di Montenevoso (Montenevoso è il titolo principesco concesso dal Re a Gabriele D’Annunzio). Nella risposta ci sentiamo un pochino chiamati in causa, laddove Cazzullo scrive: “Grazie per le sue parole signorili e cortesi, così distanti da quelle volgari e ingiuriose di chi ha sollevato la questione“.
Visto che a farlo è stato chi scrive sul “Primato” del 7 novembre (“Aldo Cazzullo prova a stroncare D’Annunzio: una cazzullata indecorosa”). Ma l’aver definite cazzullate le uscite del simpatico giornalista di Alba è un orgoglio che non vogliamo condividere con nessuno. E rispondendo a D’Annunzio che gli scrive: “Egli [Gabriele ndA] amava la nostra Patria e volle una guerra che si voleva rapidissima e fu invece un eclisse. Ma fu un eroe moderno. E mi creda. Mai, mai, mai fu assassino. Conosco Gabriele da molti anni, negli splendidi o pessimi dettagli. Ma l’amore per la vita restò un valico insormontabile, sino alla fine, sino alla scrittura del suo ultimo Diario Segreto, il canto di un uomo vinto, aggrappato al futuro, alla nuova lingua che stava crescendo e che avrebbe voluto attecchisse sul suo tronco ormai arido. Ma uccidere no. Non gli faccia questo torto”.
Cazzullo ha il coraggio di rispondere: “Non discuto la grandezza letteraria di suo bisnonno [e ci mancherebbe altro! ndA], né l’ho mai definito assassino. È oggettivo però che D’Annunzio provocò la morte di centinaia di fanti nell’assalto impossibile al castello di Duino, e più in generale ebbe un ruolo importante nel trascinare l’Italia nel più spaventoso conflitto che l’umanità avesse mai conosciuto”. Ripetiamo, coraggio. Perché Cazzullo oltre ad aver scritto che “di sicuro sapeva scrivere, anche se a noi cresciuti nel mito di Beppe Fenoglio, che aveva studiato nella nostra stessa scuola, il suo stile appariva decisamente enfatico[1]”. Cazzullo aveva scritto anche: “un giorno si fece dare un comando di uomini per prendere il castello di Duino: siccome non si riusciva ad arrivare a Trieste, l’idea era mostrare ai triestini il tricolore. Però da Duino a Trieste ci sono 17 chilometri: se anche l’impresa fosse riuscita, i triestini non se ne sarebbero accorti. Ma l’impresa non poteva riuscire. I fanti italiani caddero sotto il fuoco delle mitragliatrici. Quando il Vate, al sicuro sulla nostra parte del fronte, vede che i pochi superstiti si arrendevano, ordinò agli artiglieri di aprire il fuoco sui «vili»: gli artiglieri lo mandarono a quel paese, e il giorno dopo centinaia di soldati si arresero agli austriaci, nel vedere che le loro vite venivano gettate via in quel modo”.
Se non è dare dell’assassino questo, e del vigliacco, se non apertis verbis tra le righe, non sappiamo cosa lo sia! Il guaio è che sia chi scrive che Guerri, che ha definito detta cazzullata “fake past trasformata in fake news” hanno smontata questa ricostruzione dei fatti: D’Annunzio era in primissima linea con Giovanni Randaccio, e non diede mai alcun ordine di sparare agli artiglieri, che si trovavano da tutt’altra parte nelle retrovie, che ovviamente non lo mandarono a quel paese; infine, tranne che nella fervida mente cazzullesca “centinaia di soldati si arresero agli austriaci, nel vedere che le loro vite venivano gettate via in quel modo” non ci furono proprio.
Visto che Cazzullo ripete ancora una volte la fake news, per dirla col Guerri, o la cazzullata, come abbiamo scritto noi, che D’Annunzio provocò la morte di centinaia di fanti nell’assalto impossibile al castello di Duino, ripetiamo che non è oggettivo per niente, perché è una cretinata sesquipedale, o se preferite una balla colossale, sostenere che l’assalto (ancora una volta Cazzullo non cita la data, la notte tra il 28 ed il 29 maggio 1917, né il reparto, il I battaglione del 77° reggimento Toscana) sia stato voluto da D’Annunzio. Fu voluto dal comando della 3a Armata per impadronirsi di Quota 28 di Bratina, Kote 28 per gli austriaci, che costituiva un osservatorio avanzato per i pezzi da 420mm piazzati sull’altro versante dell’Ermada che martellavano le linee italiane. Ricordiamo che l’Ermada era il pilastro principale della difesa di Trieste. Altro che “castello di Duino” come obbiettivo e D’Annunzio come ispiratore. Come scrivevamo su “Primato”: “Da Kote 28 era possibile seguire gli ammassamenti della fanteria nell’imminenza di un’offensiva e comunicare i dati di tiro allo schieramento delle artiglierie in posizione sul rovescio del monte. Inoltre chi avesse preso possesso del Promontorio avrebbe potuto puntare verso Duino attraverso il bosco della Cernizza, evitando l’esposizione al fuoco delle mitragliatrici in posizione sopra la linea ferroviaria. La perdita di questo caposaldo avrebbe messo in crisi l’apparato che difendeva lo stretto corridoio tra monte e mare, superando il quale l’avversario avrebbe aggirato il baluardo dell’Ermada, un’evenienza di estrema gravità che avrebbe portato alla conquista della città giuliana ed alla vittoria italiana”.
Ci scusiamo per aver dovuto ripeterci, ma è fondamentale capire come si sia trattato di un attacco contro un obbiettivo importantissimo e non di una follia del futuro Comandante come preteso da certi autori. Se Randaccio morì nell’azione, tra le braccia di D’Annunzio – il quale, caro Cazzullo, non era al sicuro dietro le nostre linee, come pretenderebbe la sua ricostruzione, bagnando del suo sangue[2] il tricolore che sarà esposto a Fiume in quella meravigliosa pagina di eroismo e follia, da Lei definita “pasticcio”, la stessa bandiera che sarà posta sulla bara del Comandante nel marzo 1937 – ricevendo la Medaglia d’Oro alla memoria, la massima decorazione al valore venne concessa anche ai Lupi di Toscana, con una motivazione che comprende anche i combattimenti di Q. 28 del Timavo: “Con impeto irrefrenabile assaltarono e travolsero le più formidabili posizioni, con orgogliosa audacia cercarono e sostennero la lotta vicina, fieramente sprezzando i più gravi sacrifici di sangue ed acquistando fama leggendaria, si che il nemico sbigottito ne chiamò ” Lupi ” gli implacabili fanti”. (Veliki-Fajti, 1-3 novembre 1916; Floudar – S. Giovanni di Duino – Foci del Timavo, 23-30 maggio 1917; 23 agosto – 3 settembre 1917; Tagliamento: 2-3 novembre 1918 ) “. (Bol1. Uff. anno 1920, disp. 47 e 86)” .
A scriverne la motivazione fu Gabriele D’Annunzio, quello stesso D’Annunzio che secondo le cazzullate li avrebbe tacciati di viltà e avrebbe, sempre nella fertile fantasia del giornalista albese, voluto sterminarli a cannonate! Da allora i soldati del 77° e 78° reggimento, i vecchi granatieri di Toscana, portarono sul petto a sinistra, un distintivo dorato con due teste di lupo e il motto che comparì sullo stemma dei reggimenti fu: “Tusci ab hostium grege legio vocati luporum”, finché la farsesca repubblicuzza nata dalla disfatta e dalla truffa elettorale del ’46 sciolse i Lupi.
La resa al nemico, il Vate, che al sicuro sulla nostra parte del fronte, vede che i pochi superstiti si arrendevano, ordinò agli artiglieri di aprire il fuoco sui «vili» di cui farnetica, gentile dottor Cazzullo, sono pura e semplice fantasia, e qui sbaglia anche Guerri sul Giornale, quando scrive: “Quanto alla fucilazione, sui Taccuini e in Cantano i morti con la terra in bocca (…) non si accenna a un comando impartito da D’Annunzio: non era nel suo stile e, del resto, non avrebbe esitato a attribuirselo. Assistette all’esecuzione e parlò ai condannati prima che un ufficiale ordinasse il fuoco”. Si tratta della invece fucilazione degli ammutinati della brigata Catanzaro a Santa Maria la Longa (dove D’Annunzio risiedeva a villa Colloredo Mels, obbiettivo degli ammutinati) e non della Toscana sul Timavo.
Ecco le righe colme di pietà – pietas nel senso romano – e, possiamo dirlo, d’amore per i fucilati, pure colpevoli di aver aperto il fuoco contro la cavalleria ed i carabinieri e contro chi, nella loro stessa brigata, non voleva ammutinarsi: “Dissanguata dai troppi combattimenti, consunta in troppe trincee, stremata di forze, costretta a ritornare nella linea del fuoco, già sovversa dai sobillatori l’eroica Brigata Catanzaro una notte si ammutinò […] I fucilieri del drappello allineati attendevano il comando, tenendo gli occhi bassi, fissando i piedi degli infelici, fissando le grosse scarpe deformi che s´appigliavano al terreno come radici maestre […] I morituri mi guardavano […]. Non voglio sapere se siete innocenti, se siete colpevoli. So che foste prodi, che foste costanti. La legione tebana, la sacra legione tebana, fu decimata due volte. Espiate voi la colpa? O espiate la Patria contaminata, la stessa vostra gloria contaminata? Ci fu una volta un re che non decimava i suoi secondo il costume romano ma faceva uccidere tutti quelli che nella statura non arrivassero all’elsa della sua grande spada. Di mezza statura voi siete, uomini di aratro, uomini di falce. Ma che importa? Tutti non dobbiamo oggi arrivare con l’animo all’elsa della spada d’Italia? Il Dio d’Italia vi riarma, e vi guarda. […] Tornai verso gli uomini morti che con le bocche prone affidavano al cuor della terra il sospiro interrotto dagli uomini vivi. E tolsi le frasche ignobili di sul frantume sanguinoso. Chino, lo ricopersi con l’acanto”.
I cani da pagliaio che eruttano meteorismi su D’Annunzio dovrebbero leggere queste righe e meditarle[3]. Quali siano le fonti che il giornalista albese utilizza, lo scopriamo da Dagospia: “Caro Dago, la fonte dell’episodio di D’Annunzio che manda a morire inutilmente centinaia di soldati – badando a restare al sicuro dalla parte italiana del fronte [una menzogna ripetuta finisce per diventare la verità, scriveva Goebbels, ma vale anche per Cazzullo, ndA] – non è il libro citato da Guerri ma “La guerra bianca” di Mark Thompson (il Saggiatore), uno dei saggi più documentati e letti sulla Grande Guerra. Nessuna fake news. Per quanto riguarda gli insulti, a quelli non rispondo mai. Un saluto cordiale, Aldo Cazzullo”.
Cui ha risposto Guerri: “Thompson – che più volte sbertuccia d’Annunzio – si basa su un opuscolo pubblicato nel 1930 da Lucio Palmisano, capitano dei Lupi di Toscana. La vicenda non è stata mai ripresa da altri autori perché non documentata e non confermata da altre testimonianze. La qualità delle fonti è importante. Giordano Bruno Guerri”. Che “La guerra bianca. Vita e morte sul fronte italiano” di Mark Thompson (orig. “The White War. Life and Death on italian Front, 1915-1919” uscito nel 2010), sia uno dei saggi più documentati e letti sulla Grande Guerra è l’ennesima cazzullata, a dir poco. E’ un pessimo centone, abborracciato, basato dichiaratamente su fonti secondarie e non d’archivio, di cui recensendolo l’amico Emanuele Mastrangelo – piccolo ricordo personale. era stato chiesto di farlo a chi scrive, ma mi rifiutai per la scarsissima qualità del lavoro che conoscevo nella versione inglese, e con cui reputavo, e reputo, inutile perdere tempo- ebbe a scrivere: “Mark Thompson è uno storico britannico. Come molti suoi compatrioti, di ieri e di oggi, ha una certa inclinazione a denigrare l’Italia. Usando toni sussiegosi, abusando di citazioni per far vedere che “si è studiato”, ostentando una falsa simpatia che ricorda quella degli esploratori di Sua Maestà nell’Africa Nera o in Asia nell’Ottocento. Fiero dei propri pregiudizi, incurante del fatto che molti fatti gli sfuggono o che semplicemente non hanno rilievo ai suoi occhi, Thompson ha trovato comunque un buon editore anche in Italia. Una traduzione in italiano inutile e fastidiosa che ha il solo pregio di mettere a nudo ancora una volta l’immotivato livore che molti storici nutrono verso l’Italia. (…). Filo-austriaco fino al ridicolo e fuori tempo massimo, Thompson prova ora a fare il fine cesellatore – coi risultati scarsi che poi vedremo – col solo fine di denigrare l’Italia e nobilitare l’Austria-Ungheria, selezionando con una certa abilità (ahilui, non sufficiente) fonti e citazioni, torti e ragioni”.
Grattando grattando viene fuori, oltre alla prevenzione un po’ eccessiva (e, in fondo, perché occuparsi di qualcosa cui non si attribuisce grande importanza?), anche la superficialità della documentazione di Thompson cui non serve molto trincerarsi dietro una monumentale bibliografia che probabilmente non ha consultato. Ad esempio, Thompson non si è preso nemmeno il disturbo di andarsi a leggere il testo integrale del Patto di Londra (che essendo in francese forse urta l’orgoglio anglofono), che cita per interposta persona (nella fattispecie, tramite Paul Mantoux). E male fa. Poiché uno storico serio non cita per sentito dire. Secondo Thompson infatti nelle clausole del Patto, «Il porto di Fiume fu assegnato a “Croazia, Serbia e Montenegro”, probabilmente su insistenza della Russia». Una cantonata clamorosa, poiché il patto prevedeva la sopravvivenza dell’Austria-Ungheria – di cui Fiume sarebbe stato sbocco al mare – oppure la creazione di un piccolo stato croato, non in grado di minacciare l’Italia, con Fiume città portuale. Mai nel Trattato si giunse a immaginare la creazione del futuro moloch iugoslavo, e men che meno l’inglobamento del libero e fiero Montenegro in questa mostruosità multietnica, cosa che avvenne solo tramite le violenze anglo-franco-serbe al diritto internazionale e all’autodeterminazione montenegrina (…)
(…) Ma d’altronde il pressappochismo con cui si tratta l’argomento è palese quando si confrontano le cifre delle perdite relative sparate da Thompson con quelle del documentatissimo «La Battaglia del Solstizio» di Pierluigi Romeo di Colloredo : «10 mila morti, 35 mila feriti e oltre 40 mila prigionieri, contro i 118 mila soldati persi dagli asburgici, tra morti, feriti, malati, prigionieri e dispersi» secondo Thompson; 85.852 uomini (dei quali 6.111 morti, 27.653 feriti e 51.856 prigionieri e dispersi) per gli italiani e 142.072 per gli austroungarici, di cui 11.645 morti, 80.822 feriti, 25.547 dispersi e 24.058 ammalati secondo di Colloredo. Dal che si vede che Thompson non ha nemmeno cercato di approfondire, accontentandosi di dati che su Wikipedia sarebbero considerati a mala pena degni di un «abbozzo».
E poi, ancora giù coi giudizi selezionati a bella posta e magari conditi con del proprio (…) «La Gran Bretagna e la Francia non avevano dimenticato né l’intervento mercenario dell’Italia nel 1915, né la prova di sé che aveva dato sul campo di battaglia». Che uno storico (o sedicente tale) si permetta di aggiungere commenti di questo tenore (come la celebrazione della vittoria italiana in Parlamento definita più avanti una «demenziale spacconata») dà la cifra di come quando la storia nostra ce la facciamo raccontare da certa gente (ma gli editor delle case editrici che fanno?), viziata da pregiudizi al limite del razzismo, escano mostri ideologici del tutto avulsi dalla realtà dei fatti”. Se queste sono le fonti cazzullesche, allora ci spieghiamo tutto.
Un consiglio: gentile dottor Cazzullo, sui fatti del Timavo legga il magnifico “Isonzo 1917” di Mario Silvestri, così vedrà come sono andati davvero. Non vada dietro ad improbabili storici perché straniero fa figo, o almeno scelga meglio: per esempio John Shindler, “Isonzo: the Forgotten Sacrifice of the Great War”, tradotto anche in italiano, che sul piano storiografico è di ben altro livello rispetto al pessimo Thompson.
Ma quanta tristezza nel leggere certi giudizi falsi e bugiardi come e più gli iddii di Dante sulla stessa pagina che è stata di Indro Montanelli e di Sergio Romano. Qui non si tratta di giudizi ( che sia stato un errore entrare in guerra lo dice Cazzullo e io la penso all’opposto: facemmo benissimo, e siano lodati i D’Annunzio, i Corridoni, i Mussolini, gli Slataper, gli Stuparich, i Marinetti: ma non contesto l’opinione personale) sono le falsità e le menzogne come D’Annunzio che manda a morire inutilmente centinaia di soldati – badando a restare al sicuro dalla parte italiana del fronte perché sono balle, vergognose verso un cinquantaduenne, maggior poeta europeo, non sottoposto ad obblighi di leva, che oltre a imprese come Cattaro, Buccari, Vienna, si espose sempre in prima persona, anche dopo esser rimasto mutilato perdendo l’occhio destro, non solo nei raid che lo videro protagonista ma nell’attività di osservatore aereo con le quotidiane missioni di ricognizione e mitragliamento durante le battaglie del Solstizio e di Vittorio Veneto. E che ideò un nuovo strumento di guerra che costò caro a noi a Taranto nel 1940 ed agli statunitensi nel 1941: l’aerosilurante.
Caro Cazzullo, senza D’Annunzio l’Italia in guerra sarebbe entrata lo stesso: ma con molta meno poesia. O come quando scrive (Corriere della sera, 18 ottobre) che: “Tutti gli altri eserciti commisero inutili crudeltà. Ma nessuno, tranne quello russo, fece ricorso alla decimazione con la cieca sistematicità patita dai nostri fanti”. E’ una menzogna. L’ennesima di Cazzullo. Nell’esercito italiano, che se ne dica, non ci furono MAI decimazioni. Il generale Emilio Faldella, esaminando la questione del presunto malgoverno cadorniano sostenne l’esatto opposto di quanto affermato dal Cazzullo, dedicando all’argomento un capitolo del secondo volume del suo eccellente “La Grande Guerra”, elencando puntigliosamente gli episodi di ammutinamenti, riportando i reparti interessati, e relative condanne a morte, concludendo che, a differenza della Francia, in Italia non vi furono decimazioni: “Le repressioni che seguirono in Francia ai gravi episodi di rivolta che si verificarono nel maggio-giugno 1917 (…) furono di una gravità eccezionale; in taluni casi si procedette effettivamente a decimazioni, ma nulla del genere avvenne nell’Esercito italiano (…)”. sottolineò, a piena ragione!, che “Non si possono chiamare decimazioni dieci o quattordici condanne a morte in un Reggimento”.
La consistenza numerica dei reparti era la seguente: Battaglione 1.000 uomini circa; Reggimento 3.000 uomini; Brigata 6.000 uomini. Il che significava, in caso di effettiva decimazione del reparto, l’esecuzione rispettivamente di cento, di trecento e di seicento uomini, colpevoli o innocenti che fossero, presi a caso ogni dieci appartenenti al reparto sottoposto al procedimento, ciò che nell’esercito italiano non avvenne mai.
In effetti, per l’ammutinamento della Brigata Catanzaro a Santa Maria la Longa cui già abbiamo fatto cenno e che, voglia o no Cazzullo, fu la più massiccia esecuzione avvenuta nel regio esercito, Cadorna ordinò di dividere per dieci le condanne dei 120 militari del 141° fanteria della Brigata Catanzaro, già processati e riconosciuti colpevoli di ammutinamento, per evitare la fucilazione di un numero troppo elevato di elementi che pure i tribunali avevano riconosciuti colpevoli[4] (a piena ragione! Si trattava di gente che aveva aperto il fuoco sui propri ufficiali e sui propri commilitoni, oltre che su cavalleria e carabinieri, assassinando due ufficiali e nove militari, e ferendone ventisette, venedo colta in flagranza, con le armi in mano) e che legalmente avrebbero meritato di essere passati per le armi.
Come scrisse il Duca d’Aosta il 18 luglio 1917: “Oltre questi si sarebbero dovuti logicamente e immediatamente fucilare tutti i militari (120 uomini) del reparto suddetto che aveva continuato sino all’estremo la resistenza armata, giacché essi non erano già degli indiziati, ma veri e propri rei di rivolta armata sorpresi in flagrante reato. Ma per limitare le fucilazioni si eseguì il sorteggio del decimo di essi (12) e questi furono condannati alla fucilazione”. I condannati a morte dai tribunali militari furono, dal 1915 al 1918, 729: su 680.000 caduti costituirono lo 0,1 per cento, e su circa cinque milioni e mezzo di mobilitati, lo 0,01: cifre assolutamente inconsistenti.
Tutto il resto sono cazzullate, ancora una volta. E’ davvero Il tramonto della cultura, come scrive, in riferimento anche e soprattutto a Cazzullo, il 10 novembre il sito Linkiesta nell’articolo Non solo Di Maio, da Cazzullo a Scurati, siamo diventati un paese di dilettanti (vale a dire di ignoranti[5])

  1. S. mi scuso se non sono riuscito ad essere signorile e cortese, ma di nuovo volgare e ingiurioso.

Pierluigi Romeo di Colloredo Mels
 
[1]Meno male che ammette che di sicuro sapeva scrivere, anche se non al livello del Partigiano Johnny... vabbé, c’è chi preferisce le belinate di Gianni Rodari a Dante Alighieri.
[2]Gabriele d’Annunzio raccolse le reliquie di Randaccio e le gocce di sangue, che avevano intriso la divisa e le mostrine, e le fece inserire in cristalli, come pietre preziose, ed incastonare in una Croce: la  Croce del Sangue. Conservò questa Croce fino al 1924. anno in cui la donò ai suoi Lupi di Toscana, accompagnandola con una splendida lettera. Altro che definirli vili, come pretende Cazzullo!
[3]
[4]           Vennero passati per le armi anche sedici ammutinati appartenenti al 142° fanteria.
[5]https://www.linkiesta.it/it/article/2018/11/10/non-solo-di-maio-da-cazzullo-a-scurati-siamo-diventati-un-paese-di-dil/40094/

2 Commenti

Commenta