Roma, 20 ott – “La Patria non è un territorio: il territorio non ne è che la base. La Patria è l’idea che sorge su quello; è il pensiero d’amore, il senso di comunione che stringe in uno tutti i figli di quel territorio”. Nell’era delle parole per forza, delle frasi costrette, dei pensieri indotti la difesa della terra d’origine, fisica e spirituale, diventa d’obbligo. Con le parole di Giuseppe Mazzini il vice-direttore de La Verità Francesco Borgonovo ha deciso di bagnare le pagine della sua ultima fatica letteraria: Conservare l’anima. Manuale per aspiranti patrioti (Lindau, 160 pag., 14,00€).



Conservare l’anima, Borgonovo accende il patriottismo

La penna originaria di Reggio Emilia guida il lettore in una galassia che sembra lontana, distante anni luce dall’informazione figlia del pensiero di Naomi Klein, dove tutto è diritti sociali ed i doveri diventano opzionali, Borgonovo accende la luce del patriottismo. Concetti e ragionamenti che secondo alcuni sarebbero “inquinati” dal Fascismo di ritorno – Cgil docet – così da spingere nella prefazione del testo Marcello Veneziani a ricordare Pier Paolo Pasolini, il prossimo anno sarà il centenario della nascita del poeta bolognese, ed il suo “difendi, conserva, prega” una condotta d’esistenza invocata da “chi vuol davvero portare in salvo la tradizione incarnata”.

Borgonovo, saggista sapiente e volto da trincea televisiva, costruisce e fornisce gli arnesi del mestiere a chi preferisce dire no al mondo moderno. “Il ribelle, oggi, alimenta il caos, e in questa nuova veste tutta contemporanea si differenzia molto dal ribelle descritto da Ernst Jünger”. Dove tutto è corsa, dove tutto è immagine la sostanza cola via tra un post su Twitter ed una posa nelle bacheche di Instagram. “Il ribelle di Jünger è, prima di tutto, colui che ‘passa al bosco’, cioè riprende contatto con la terra, si nasconde dal chiacchiericcio imperante”.

Da Platone fino a Jim Carrey diventa essenziale distruggere lo “yes man” che invade il nostro io più profondo. Una lotta contro la natura artificiale fatta di cemento neoliberista che vomita tutto il suo nulla dentro le nostre sinapsi. Bruciando le nostre difese, bruciando la nostra violenta reazione contro la pretesa del rischio zero imposta dai governi ad ogni latitudine e longitudine. Deve emergere, come ricorda l’autore, il Bartleby di Melville sepolto da decenni di tolleranza. Bartleby “che nel suo ‘preferirei di no’ resta fermo, immobile, piantato nella terra come il dio Terminus”.

La sacralità del tempio

Nella terra dell’alienazione sole due aspetti possono salvarci: la gratitudine e la famiglia. Borgonovo indugia sul pensiero di Roberto Esposito. Esposito indica come “la gratitudine che sollecita il dono non è più sostenibile dall’individuo moderno che assegna ad ogni prestazione il suo specifico prezzo”. Tutto diventa potenzialmente acquistabile. Un sentimento, un’emozione, un’idea hanno la loro etichetta con stampato sopra un valore economico. Per questo dobbiamo tornare alla sacralità del tempio, interiore ed esteriore, impossibile da comprare perché non è in vendita. Il tempio che diventa la famiglia ultima barriera contro gli artigli del capitalismo. Saviano e Murgia, in ultimo, hanno provato a minare la figura del parentado dipingendolo aprioristicamente come mafioso cercando per questo motivo “nuovi patti d’affetto”. Ma è qui che risiede il dono, nella gratuità dell’amore legato al focolare. Legato all’anima da conservare per tornare patrioti in un’epoca globale.

Lorenzo Cafarchio

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