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Contro i deliri di Greta torniamo a leggere Simenon

by Matteo Fais
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Simenon

Non si scrivono troppi libri – i veri romanzi non saranno mai abbastanza! – bensì un eccessivo numero di gialli e noir. Più in generale, narrativa di genere un tanto al chilo, senza spessore, ma con i consueti e oramai abusatissimi ingredienti: assassini e ispettori che inseguono o fuggono l’uno dalle stupidaggini compiute dall’altro. Il mercato lo richiede, il pubblico desidera – ma, soprattutto, desiderava – intrattenersi, in particolare in tempi alieni alla televisione e più che mai a internet. In mezzo a questo mare magnum – più una grossa e oleosa pozzanghera, invero – pochissimi hanno saputo distinguersi con una prosa d’eccellenza. In America, un caso assolutamente peculiare è rappresentato da Jim Thompson. Ma, in Europa, nessuno è riuscito a superare lui, il belga Georges Simenon, grande ideatore dell’intramontabile Jules Maigret, il commissario per antonomasia, di fronte al quale i numerosi colleghi immaginari di quest’ultimo, frutto della scarsa fantasia degli italiani, costituiscono appena una pallida ombra sulla pagina stampata.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di ottobre 2022

Simenon sul ritorno alla natura

Eppure, appiattire lo scrittore di lingua francese unicamente su quel suo personaggio, per il solo fatto che questo gli abbia garantito il successo internazionale, è un vero e proprio crimine letterario che chiede unicamente giustizia. Nella sterminata produzione di Simenon vi sono perle che ogni vero amante della narrativa dovrebbe conoscere e che nulla hanno a che fare con la caccia a qualche strambo omicida. Si pensi, per esempio, al superlativo Hôtel del ritorno alla natura e al recentemente ristampato Turista da banane (entrambi per i tipi di Adelphi).

Quest’ultimo è la storia di Oscar Donadieu, figlio di una ricca e tragicamente decaduta famiglia, che abbandona la sua terra per giungere, dopo un lungo viaggio in nave, a Tahiti, colonia francese. Lì, il giovane introverso e idealista sogna una vita intesa come eremitaggio e ritorno alla natura, a debita distanza da quella civiltà in cui si è sempre sentito a disagio e che, in ultimo, ne ha profondamente tradito le aspettative.

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Greta e i turisti di banane

Purtroppo per lui, il suo creatore possedeva un cinismo, già allora – alla fine degli anni Trenta – che avrebbe fatto smarrire tutta la poesia anche al povero Theodore John Kaczynski, noto Unabomber; il quale, se avesse letto il romanzo in questione, avrebbe buttato alle ortiche La società industriale e il suo futuro, arrendendosi come Oscar alla terribile realtà che non esiste fuga dalla civiltà, perché l’uomo non è nato per vivere isolato, dormire su un pagliericcio all’addiaccio, ricercando ispirazione nel contatto senza filtri con gli elementi. O, quando si è trovato in una simile situazione, ha sempre fatto di tutto per fuggirla.

Come gli sbatte in faccia, senza tanti giri di parole, uno dei vari personaggi in cui si imbatte: «E che cosa le fa, la natura? La riempie di pustole, le dà le coliche! Non mi venga a parlare della natura! No, sono chiacchiere che vanno bene a Parigi, non qui dove ne vediamo passare a centinaia, di tipi come lei! La natura va bene alla domenica, o per un picnic come questo». Poche chiacchiere, insomma! Quelli come lui, i locali li chiamano «turisti da banane»: «Non deve offendersi. È un’espressione che…

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