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Roma, 18 lug – Tra le pubblicazioni di questi anni sul tema del gender spicca senz’altro Contro l’eroticamente corretto di Adriano Scianca, proprio in questi giorni ripubblicato in edizione economica dalla casa editrice Bietti. L’autore, direttore del Primato Nazionale e giornalista della Verità, si distingue infatti per il suo richiamo a una spiritualità legata alle antiche radici pagane dell’Europa. Di conseguenza, si tratta di una delle poche critiche all’ideologia del gender provenienti da “destra” ma che non fanno propria una prospettiva cristiana, il che rende sicuramente interessante per un cattolico come il sottoscritto la lettura del testo, ripubblicato proprio in queste settimane da Bietti in una nuova edizione.

Esiste l’ideologia gender?

Scianca, forte della sua formazione filosofica ma soprattutto della consultazione di un’amplissima letteratura sul tema, comincia col porsi la domanda su cui negli ultimi tempi si è tentato di far arenare il dibattito: l’ideologia gender esiste davvero? La risposta è, a giudizio dell’autore, affermativa. Tale ideologia non consiste a suo avviso nel constatare l’esistenza di tre livelli fondamentali su cui si articola la sessualità umana, vale a dire il sesso, l’identità di genere e l’orientamento sessuale, ma nell'”aver negato che, nella stragrande maggioranza dei casi e secondo quello che deriva dal nostro ineludibile condizionamento biologico, tra questi tre elementi vi è continuità, coerenza e reciproco condizionamento”. In sostanza, di norma gli uomini si percepiscono come uomini e sono attratti dalle donne (e viceversa): tale normalità viene negata dai teorici del gender, che la considerano invece una delle tante combinazioni possibili, esattamente equivalente alle altre e quasi casuale. In questo “focalizzarsi sul principio dell’uguaglianza, nonostante le differenze”, sta secondo Scianca il carattere ideologico del gender, cioè il suo tentativo di deformare la realtà tramite una lente omogeneizzante: “l’ideologia gender va insomma inquadrata in una generale tendenza della postmodernità all’omologazione, all’uniformazione, allo sradicamento violento di ogni complessità, di ogni asperità, di ogni articolazione di senso”. Chi predica la tolleranza e il rispetto delle differenze non è altro, in realtà, che l’araldo del mondo del Medesimo (o dell’Uguale, per citare una nota canzone degli ZetaZeroAlfa).

Il “paganesimo” di Scianca

Interviene a questo punto il primo motivo di dissenso rispetto a una prospettiva cattolica. Scianca si spinge infatti ad affermare che “i partigiani della teoria del genere realizzano nei fatti il progetto cristiano”, che sulla base di alcune citazioni evangeliche e paoline è interpretato dall’autore come portatore di una “universalità astratta”, la quale postulerebbe un essere umano “pre-sessuale” e scinderebbe l’anima dal corpo, procedendo a una svalutazione di quest’ultimo. L’equivoco sotteso a questa argomentazione è evidente e riecheggia le tesi nicciane di un cristianesimo “nemico della vita”. La storia dimostra invece che, al netto di talune tendenze che già nell’antichità (docetismo, marcionismo) furono condannate dalla Chiesa e di una certa letteratura polemica, il cattolicesimo non ha mai veramente disprezzato né la materia né il corpo umano. Lo spiritualismo cristiano è stato affiancato da un materialismo spesso scandaloso, a partire dall’immagine di un Dio incarnato: si tratta di uno di quelli che Robert Hugh Benson chiamava i “paradossi del Cattolicesimo” e che fanno di esso la religione dell’“et-et”, tanto da far dire a Chesterton che “il paganesimo dichiarava che la virtù sta nel mezzo; il cristianesimo dichiarava che stava nel conflitto: lo scontro di due passioni apparentemente opposte”.

Lo gnosticismo antesignano del gender

Lo aveva compreso bene Drieu La Rochelle, il quale parlando della forza e dell’allegria tipiche del Medioevo affermò che “questa gioia di avere un corpo, di avere un’anima nel corpo, di nutrire l’uno con l’altro vicendevolmente, questa gioia di esistere si manifestava apertamente e pienamente non contro il cristianesimo, ma attraverso e grazie al cristianesimo. […] Nel Medio Evo il pensiero della Chiesa esalta la contraddizione tra la bellezza della vita e il suo orrore, esalta la creazione umana e la sua caducità, da cui può essere salvata solo con la grazia”. Uno dei principali assunti del tomismo, che Papa Leone XIII tra gli altri consacrò come la filosofia cattolica per eccellenza, è del resto il concetto per cui “gratia non tollit naturam, sed perficit”: la grazia divina non contraddice né cancella la natura ma la perfeziona. Esiste in realtà una dottrina basata sull’esaltazione di una spiritualità disincarnata e sul disprezzo della corporeità, che costituisce dunque la vera antesignana dell’ideologia del gender: essa non si chiama cristianesimo ma gnosticismo. Le sette gnostiche consideravano la creazione il prodotto di un Dio malvagio, il Demiurgo, e da qui derivavano l’ostilità nei confronti della sessualità, ma anche del matrimonio e della procreazione. Non a caso esse furono duramente combattute dalla Chiesa di Roma, che vide in loro un pericolo mortale per la civiltà europea: si prenda ad esempio la vicenda dei Catari di Linguadoca, evocanti già dal nome credenze “puritane”, che sono però stranamente oggetto di un vero e proprio culto da parte di taluni ambienti della destra radicale sempre pronti a scagliarsi contro il presunto moralismo cristiano. Un cattolico avvertito riconosce insomma nell’ideologia del gender non una propria figlia degenere, ma il riemergere di un antico nemico, esso sì davvero “anti-umano”.

Non sarà il Gay pride a distruggere la famiglia

L’autore coglie perfettamente nel segno, invece, quando invita a inquadrare la questione del gender all’interno di una più ampia battaglia a difesa dell’identità e dello spirito dei popoli, da combattere con radicalità e non con atteggiamento di retroguardia: “La mobilitazione borghese che intende pietire lobbisticamente un interesse alla questione da parte della componente più retriva delle oligarchie al potere è già condannata in partenza”. Con questo spirito e con argomenti del tutto laici Scianca si accosta anche al tema delle unioni omosessuali e del loro riconoscimento pubblico, anche qui scardinando schematismi troppo scontati. La distruzione della famiglia, infatti, “non è scandita dai ritmi techno del Gay Pride ma ha avuto inizio quando qualcuno ha cominciato a considerare quel fatto eminentemente sociale come un affare individuale. Un ego, un altro ego, un sentimento messo a contratto, una prole come diritto: una volta imboccato questo piano inclinato, come fermarsi a bagatelle come il genere dei contraenti?”. Va ribadito, dunque, il valore culturale e simbolico dell’istituto familiare: si tratta, del resto, di un argomento utilizzato anche da parte cattolica, con l’enfasi sulla peculiarità della famiglia rispetto a ogni altra forma di unione in virtù delle sue funzioni fondamentali, consistenti nella riproduzione della società e nell’educazione dei suoi nuovi membri. Scianca lo spinge quasi fino alle estreme conseguenze, tanto da ingaggiare un’interessante polemica contro l’amore romantico, frutto della modernità borghese.

Le contraddizioni del femminismo

Contro l’ideologia del Medesimo e le sue tendenze decostruzioniste vanno dunque riscoperte le differenze tra uomo e donna e anche delineati degli archetipi a cui essi possano riferirsi. L’uomo è verticalità, la donna abissalità; la madre rappresenta la Cura, mentre il padre simboleggia la Legge, per quanto il maschio stesso si trovi a volte a bordeggiare i confini della civiltà. Emblematica è in questo senso la figura totemica del “lupo”, a proposito della quale l’autore presenta un’affascinante interpretazione simbolica dell’episodio di San Francesco e del lupo di Gubbio: “Il lupo deve convivere con la città, la banda con la Legge, il fratello con il padre. Il maschio con la società”. È questo maschio, fondatore di civiltà ma al tempo stesso istintivamente bellicoso, che oggi viene sottoposto continuamente a processo. Scianca mette sapientemente in luce tutte le contraddizioni del femminismo, senza timore di affrontare lo scottante tema dei “femminicidi”, i quali denotano a suo giudizio “l’assoluta mancanza di un archetipo maschile forte, non certo una sua presenza ingombrante”. Anche all’origine dell’ideologia femminista sta una concezione totalmente individualistica, che emerge chiaramente nell’approccio al tema della maternità: “La società nel suo complesso, il popolo, la nazione, la comunità, la specie addirittura, hanno necessità che le donne facciano bambini. Ma l’adozione di una qualsiasi prospettiva collettiva è vista da tali ideologie come intrinsecamente oppressiva. Non esiste responsabilità alcuna del singolo nei confronti della collettività o delle generazioni future. È un pensiero, letteralmente, anti-umano”.

In questo senso l’ideologia del gender e tutte le sue propaggini non hanno nulla di rivoluzionario, ma sono del tutto funzionali al potere, il quale – secondo l’assunto di Foucault – produce non più divieti, ma desideri: la “liberazione sessuale”, altro mito dei tempi odierni, non è altro che una coazione a godere perfettamente inserita nei meccanismi del “capitalismo desiderante”. Siamo circondati da ogni parte da richiami e riferimenti legati al sesso ma in realtà ne facciamo sempre meno: nelle parole dell’archeofuturista Faye, “l’ipertrofia del sesso è un fattore di autodistruzione e di patologia della sessualità”. Contro l’infinita chiacchiera sul sesso e sul rapporto di coppia va riscoperta invece secondo l’autore una sana seduzione, “una contesa raffinata, ludica, rituale”, un approccio all’altro sesso che tenda a considerarne in primis l’alterità. Tutto il contrario, insomma, dell’“eroticamente corretto” fondato sul culto del dialogo e sull’ossessione del “me too”.

La Grande Madre

La decostruzione dei sessi e delle identità di genere, l’attacco alla famiglia e all’“eteronormatività”, il processo al maschio e i deliri femministi, la liberazione sessuale e al tempo stesso l’enfasi sui sentimenti e su una presunta interiorità sono tutte manifestazioni di un pensiero che è ormai dominante in Occidente e che Scianca riconduce all’archetipo della Grande Madre, anzi di Big Mother: “E’ proprio questa dimensione sanguinaria e pacifista, genocida ma buonista, a caratterizzare oggi la nostra società, questo incubo di sterminio condito da tolleranza, questo abisso in cui l’empatia va a braccetto con la nientificazione dei popoli, delle culture, del senso stesso dell’esistenza”. Questa femminilizzazione della società, tuttavia, “non certifica alcuna “vittoria delle donne”, ma solo il ricentramento di una civiltà su un asse spirituale opposto a quello inscritto nella sua memoria ancestrale”, un asse caratterizzato da “fantasie etnocide e pulsioni sradicanti”. La Grande Madre postmoderna è “la forza che ci tiene morbosamente incatenati alle nostre sicurezze e inibisce il rischio, l’avventura, la violenza, la creazione, la scoperta”: i suoi figli ideali sono, si direbbe, certi “snowflakes” delle università americane protetti da qualunque cosa, fosse anche un’opinione politicamente scorretta, che possa infrangere la campana di vetro che si sono costruiti attorno. A farla da padroni sono le “emozioni” e i “sentimenti”, i quali rappresentano “una finzione di interiorità, particolarmente in fase con l’epoca contemporanea, dove gli istinti vitali sono negati e la lucidità si è persa da tempo, ma in cui regna un’ipersensibilità esasperata”, di cui spesso risente anche la politica. Gli uomini sono immersi in quello che l’autore definisce un “eterno gineceo”: cresciuti da donne anche a causa dei sempre più frequenti divorzi, istruiti da insegnanti quasi sempre donne, educati a valori tipicamente femminili. Non è un caso, allora, che il padre diventi un “mammo” fin troppo presente e apprensivo oppure un inetto, bambinone o scapestrato che sia. Scompare la vera figura paterna, che dovrebbe rappresentare la Legge e anche la cesura con il mondo ovattato del calore materno, “una de-cisione che renderà il bambino capace di ulteriori decisioni, di saper sopportare difficoltà e mancanze”. L’eroe troiano Ettore è, da questo punto di vista, l’esempio perfetto della figura paterna, presente ma anche autorevole nel suo ruolo: “Se lo vede solo con le armi, il figlio non lo riconosce; se non lo vede mai con le armi, non lo riconosce come padre”. È questa funzione oggi ad essere in via di sparizione ed è questo il motivo per cui non si diventa più uomini.

Riscoprire la figura del “pater familias” romano

Come uscire da questa situazione? Sparigliando ancora una volta le carte e concedendosi un’ultima polemica contro i paladini “reazionari” della famiglia “naturale” o “tradizionale” composta da padre, madre e figli, Scianca propone la riscoperta del valore simbolico e ancestrale del pater familias romano, “qualcosa di più di un semplice genitore: è la rappresentazione stessa della verticalità, l’asse che non vacilla, il perno attorno a cui ruota il Nesso di Civiltà”. In questa via d’uscita c’è una buona dose di provocazione, ma c’è soprattutto la volontà di indicare un modello di civiltà diverso, dove i sentimenti non hanno rilevanza giuridica, dove “il cittadino diventa tale e trova la propria collocazione nel mondo orientandosi grazie a una serie di legami familiari, tribali e comunitari che costituiscono il suo orizzonte di senso”, dove la comunità prevale sull’individuo e fatti come l’aborto e l’adulterio vengono sanzionati non in quanto “peccati” o delitti “privati”, ma semmai come attentati alla discendenza legittima della famiglia e crimini contro la comunità e l’ordine sociale. 

Probabilmente l’autore si sorprenderà per il fatto che da cattolici saremmo pronti a sottoscrivere immediatamente un’idea del genere, senza per questo fare nostri alcuni tratti del diritto di famiglia dell’antica Roma (a tale proposito, è davvero curioso che in un passo precedente del volume si parli di “svalutazione cristiana della donna”) e altresì affermando che la natura anti-sociale dell’aborto nulla toglie al suo carattere immorale riconosciuto anche da parte del mondo antico, come testimonia ad esempio il giuramento di Ippocrate. Da ultimo, lo stesso Scianca compie un breve excursus sul pensiero evoliano, delineando l’immagine della famiglia come “unità eroica”, con “un senso trascendente, super-individuale, non sentimentale o naturalistico”, simboleggiata nell’antica Roma dal fuoco di Vesta. Partendo da quest’ultimo riferimento “non ci resta allora che metterci in cammino, uomini e donne, cominciando da quello che è sempre stato l’inizio di ogni fondazione e di ogni distruzione: l’accensione di un fuoco”. È una conclusione che, come molti degli argomenti del volume e fatta salva qualche divergenza, non può non trovarci concordi.

Marco Mancini

2 Commenti

  1. Interessantissimo il libro di Scianca, come pure il commento di Mancini…. Che teste! Che cultura! Complimenti!

  2. Il libro lo comprai due anni fa.
    Nonostante la mia valutazione – da semplice lettore – sia tutto sommato positiva, trovo che il punto di vista laico sia totalmente inadeguato a rendere l’idea della gravità della situazione allo stato attuale.

    “ […] i partigiani della teoria del genere realizzano nei fatti il progetto cristiano […] ”

    E allora, quale mai sarebbe questo… “progetto cristiano”? Ora, non mi voglio dilungare a fare discorsi difficili dato che questo non è certo il luogo adatto ma non posso non sottolineare la grande confusione che, generalmente, si fa riguardo gli insegnamenti spirituali (“spirituale” è una parola che non amo molto ma non ne ho trovata una migliore).

    L’insegnamento cristiano NON può essere CONTRO la materia e la vita. Questo vale per tutte le scuole, per tutti gli insegnamenti spirituali tradizionali. Ed è proprio perché l’insegnamento cristiano, così come tutte le altre scuole di tipo tradizionale, è A FAVORE della vita, avversa l’aborto e l’omosessualità e combatte idee folli come il “gender”, questi ultimi, sì, contro la vita e “materialisti” nel senso più profano del termine.

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