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Roma, 18 mar – In questi giorni la Cri ha diffuso un appello, invitando a non abbandonare il proprio animale domestico: c’è infatti il timore che alcune notizie sulla relazione tra cane o gatto e coronavirus che circolano in rete spaventino alcuni proprietari, spingendoli all’abbandono. In Australia addirittura in molti hanno chiesto al proprio veterinario di fiducia di praticare l’eutanasia, intimoriti dal rischio contagio. In Cina gli animali domestici sono stati visti come untori e in alcune zone è partita una vera e propria caccia alle streghe. Ma da dove nasce tutta questa paura?

Un cane positivo al tampone

È ormai di dominio pubblico la notizia che ad Hong Kong un cane di razza Pomerania sia risultato positivo al tampone faringeo per il Sars-covid19 (unico caso al mondo). Quello che spesso non viene puntualizzato, è che la carica virale rilevata era davvero bassa, e infatti non è stata registrata positività sierologica al patogeno: non c’è quindi stata risposta anticorpale da parte del cane, tanto era bassa la carica virale. L’ipotesi più probabile circa il ritrovamento del patogeno sul cane è che quest’ultimo sia stato accidentalmente contaminato dalla proprietaria, lei sì positiva, così come può essere contaminata una superficie qualsiasi dopo uno starnuto.

Il virus non attecchisce negli animali domestici

Questo virus riesce molto bene nel suo intento al momento: infetta facilmente gli esseri umani tramite contatto diretto o indiretto, li uccide di rado e dopo diversi giorni, il che significa che potenzialmente può essere trasmesso a molte altre persone. Non c’è perciò una pressione selettiva che possa selezionare ceppi mutati adatti a garantirne la sopravvivenza in nuove specie. Al momento quindi il virus non infetta gli animali domestici, ed anche se riuscisse in qualche modo a farlo non sarebbe assolutamente in grado di farsi diffondere da questi. Il contagio da cane o gatto a uomo è quindi impossibile.

A tal proposito esiste il precedente della Sars (sempre appartenente alla sottofamiglia dei coronavirus): sempre ad Hong Kong, alcuni gatti di un condominio risultarono positivi, ma anche loro non diffondevano il virus. Infatti, anche in quel caso l’uomo era il veicolo, e l’animale semmai poteva essere una vittima, ma non viceversa. È chiaro che se si è consci di essere positivi è da evitare il contatto con animali domestici per non rischiare un nuovo salto di specie, in via precauzionale.

L’origine sembra essere in un wet market

Tralasciando le molte ipotesi, tutte plausibili, sull’origine della pandemia, alcuni docenti infettivologi italiani propendono per il salto di specie di un virus abituale dei pipistrelli. Avendo ben presente come sono strutturati alcuni mercati dell’Asia orientale e le abitudini di molti suoi abitanti in quanto al consumo di animali crudi, è possibile che il coronavirus intestinale del pipistrello sia andato in contro ad una mutazione casuale (i virus ad Rna come quello in causa mutano abbastanza facilmente e replicano con frequenze elevatissime) ed abbia trovato terreno fertile nell’essere umano. Qualsiasi tipo di cottura avrebbe chiaramente distrutto le particelle virali. Ad avvalorare questa tesi c’è anche il precedente dell’Ebola, anch’essa proveniente dai pipistrelli ed emersa in questo modo, seppur nel continente africano.

Vaccino (forse), non prima di un anno…

La comunità scientifica è stata chiara: occorre almeno un anno per la messa a punto di un vaccino, che potrebbe garantire la protezione individuale e l’immunità di gregge per la popolazione. Questo non dipende da tempi tecnici di preparazione di milioni di dosi, ma dai tempi di attesa dei test in laboratorio in materia di efficacia e sicurezza. Esistono infatti molti step da seguire per scongiurare l’immissione sul mercato di prodotti difettosi o pericolosi, che partono da test su animali fino a quelli sugli uomini, e i tempi di attesa per l’osservazione di eventuali effetti indesiderati sono necessariamente imposti dalla biologia.

Per esempio, il vaccino contro la Sars non fu commercializzato in quanto induceva sintomi ben peggiori di quelli della malattia stessa già in animali da laboratorio. Per quanto riguarda i vaccini contro coronavirus degli animali, in ambito zootecnico questi hanno avuto un ottimo risultato (covid bovino e bronchite infettiva del pollo), mentre in ambito di animali da compagnia non hanno sortito gli effetti sperati (peritonite infettiva del gatto e covid canino), tanto da non essere commercializzati o da essere sconsigliati dalle linee guida internazionali (WSAVA). Dobbiamo quindi sperare che sia possibile creare un vaccino sicuro e funzionale, ma non possiamo averne la certezza.

Alimenti di origine animale

Non c’è alcun rischio nel consumare alimenti di origine animale: eventuali presenze del virus possono derivare solo dalla contaminazione dell’operatore. È quindi consigliabile adottare le classiche misure di igiene, cioè cuocere gli alimenti e lavarsi le mani. La filiera alimentare in Italia è soggetta a numerosi controlli ed è altamente improbabile che un operatore non rispetti le norme prescritte, specialmente in questo periodo.

Portare un animale dal veterinario

Tutte le strutture veterinarie sono tenute a rispettare le linee guida Fnovi (Federazione Nazionale Ordini Veterinari Italiani) in materia di igienizzazione ambientale e comportamento in sala d’aspetto, ed hanno limitato le attività alle urgenze. Quindi è importante recarsi nelle strutture solo in casi di reale necessità ed utilizzare la comunicazione telefonica il più possibile. Informazioni dedotte dalla teleconferenza Scivac (Società Culturale Italiana Veterinari per Animali da Compagnia) del 17-03-2020 con i prof. Buonavoglia, Decaro, Rosati, e da e.p.

Francesco Roggiolani – Medico veterinario

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