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Roma, 25 mar – La fortuna di Dante in Italia ai giorni nostri molto dipende dall’aver avuto un bravo professore di Liceo. Dante nei programmi scolastici è “sovraesposto” …e giustamente. A quelli che avanzano obiezioni anche razionali al numero di ore dedicate alla Divina Commedia la risposta è cinica, ma efficace: chissà quali schifezze ideologiche sostituirebbero la “Divina” qualora si attuasse una riforma dei programmi. Certo, l’amore per questo Testo Sacro della civiltà italiana molto dipende dal bravo professore di Liceo che ne riaccenda la fiamma, che faccia brillare davanti all’immaginazione dei ragazzi tutto il microcosmo di valori, di personaggi, di eroi e di “villain” che popola la “necropoli” dantesca.



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La “vision dell’Alighieri”

Per chi scrive, la fortuna, in un piccolo liceo della provincia di Benevento, fu quella di avere un professore con un nome da predestinato: il professor Toscano, che – mille volte più brillante di Benigni – era capace di fare variazioni goliardiche e boccaccesche sul testo, per poi tornare seriamente ad esporre gli archetipi dell’universo dantesco.
Dante va trasmesso: da professore ad alunno, nei casi più fortunati di padre in figlio. Mi raccontò Giuseppe Sermonti, il grande genetista, fratello di Rutilio e del dantista Vittorio, che il padre radunava la cucciolata di figli per spiegare loro i canti della Commedia. Erano gli anni in cui la canzone nazional-popolare intonata anche da Beniamino Gigli parlava della “vision dell’Alighieri” in rima con “la virtù dei tuoi pionieri” e il poeta Ezra Pound proprio dall’universo dantesco traeva ispirazione per la sua battaglia in nome di una economia ricondotta alla misura d’uomo.

Dante, ovvero le due parti della nostra civiltà

Erano anche gli anni in cui Arturo Reghini e Julius Evola intrecciavano le loro visioni politiche con i versi di Dante. Reghini si poneva in scia con gli “apostoli” del Risorgimento che avevano cercato di sollevare il velo dell’allegoria dantesca: il primo fu Gabriele Rossetti, poi si cimenterà il Pascoli. Ma Reghini oggettivamente esagerava, immaginando un Dante pagano dietro la finzione devozionale. In realtà Dante era pagano-e-cristiano: che la struttura morale del suo mondo fosse ancorata alle tre virtù teologali della fede cristiana è evidente, ma ciò che rende Dante fondamentale per l’identità italiana è la sua capacità magistrale di ricomporre le due parti della nostra civiltà: il lato cristiano-medievale e quello classico-antico. Il passaggio di testimone da Virgilio a Beatrice è significativo appunto per questo. La ricomposizione avverrà, in forme diverse, più naturalistiche, in un altro momento culminante della nostra storia: il Rinascimento.

In tal senso Dante è nello stesso tempo uomo della tradizione (e per questo aspetto hanno ragione Guénon e De Giorgio) e uomo del futuro. La sua opera è edificatoria, aurorale: riconcilia il passato degli Italia, attua una straordinaria “pacificazione nazionale” e crea con ciò le fondamenta della Tradizione italiana. Pone le basi di una lingua destinata a tenere insieme una nazione che non aveva ordinamento unitario. E il fatto che alla corte di Napoli come nelle aule di Venezia la lingua ufficiale fosse l’Italiano dovrebbe far riflettere coloro che negano – come si negherebbe la luce del Sole – la forza dell’identità italiana. L’Italia costituisce un caso singolare tra le grandi nazioni europee con la sua lingua unitaria non imposta dalla cavalleria di una monarchia feudale o dalla fanteria di una monarchia nazionale moderna. E questo lo si deve a Dante e alla riflessione dei letterati sull’opera di Dante.

L’opera amata dai patrioti

Dante è importante anche per la sua tensione con la cattolicità “istituzionale”: colui che da Foscolo con poetica forzatura fu definito “ghibellin fuggiasco” era un caso – non insolito – di cristiano anti-clericale. La sua opera politica, il De Monarchia, era un lungo commento al motto evangelico: “Date a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio”. L’autonomia del politico rispetto alla casta che si proclamava detentrice del Sacro dà a Dante l’ardire di mandare letteralmente all’inferno il Papa vigente e di immaginare Roma come rinnovata sede imperiale dell’Occidente in virtù della continuità con Roma antica. Non a caso il De Monarchia fu nell’Index Librorum Prohibitorum fino a tempi recentissimi e non a caso l’opera dantesca fu amata così tanto dai patrioti che nell’Ottocento lottarono per cacciare gli Austriaci e per liberare Roma dalla ingombrante presenza di un potere teocratico.

Una sovrana libertà

Cosa ha da dire Dante a coloro che nel nostro tempo riannodano i fili dell’identità italiana? Dante è miniera inesauribile. Rudolf Steiner notava come già le tre fiere dell’anti-inferno: la lince, il leone, la lupa rappresentano un trattato sull’anima umana e sui lati oscuri delle tre facoltà interiori: il pensare, il sentire e il volere/desiderare. Per cui la domanda così posta potrebbe suscitare risposte molteplici, ma in questi anni di cupo conformismo “politicamente corretto” viene innanzitutto in mente che Dante, col suo divino caratteraccio, potrebbe insegnare ai giovani, agli uomini liberi di domani, la sovrana libertà di mandare all’inferno tutti gli idoli di cartapesta del nostro tempo: dalla “cancel culture” alla invenzione di fantomatici generi, dalle polemiche sulle “appropriazioni culturali” alle “lotte intersezionali”. Da una vasta folla di mediocri oggi Dante viene condannato idealmente all’esilio. Egli è un proscritto. Uno di noi.

Alfonso Piscitelli

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