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Roma, 20 dic – Il lavoro non è una questione personale. Esso è teleologicamente orientato al benessere comune, o comunque alla sussistenza di una società. L’operaio produce beni di consumo per tutti, l’insegnante si occupa della formazione di buoni cittadini, il medico cerca di far stare i cittadini in buona salute… E così via per ogni tipologia di impiego.



Tutti i lavori sono dunque finalizzati al bene di qualcosa che trascende l’individuo, soprattutto in una repubblica che si vorrebbe “fondata sul lavoro”. Ciò comporta una visione di esso non come una passione ma come un dovere verso lo Stato, verso il popolo. E se non è una passione vengono meno anche gli spazi in cui liberare la personalità e le idee del lavoratore. Ovviamente, non tutti i tipi di occupazione limitano allo stesso modo lo sfogo della personalità del lavoratore. Sono gli artisti coloro che possono dare più sfogo alla loro personalità nella loro professione, ma anch’essi in passato non avevano tutta questa possibilità. Tutt’oggi spesso lavorano per commissione, soprattutto agli inizi delle loro carriere.

Non c’è lavoro senza retribuzione e non c’è retribuzione senza lavoro. Ma di cosa parliamo? Di una prestazione a pagamento per il piacere di altre persone, o meglio, per il bene di una comunità. Ecco che così relega sempre più la passione, l’ispirazione e la personalità dell’individuo a una posizione marginale. Egli non può avere grandi idee personali su quello che sta facendo se fa sempre lo stesso tipo di mansione per anni, specializzandosi in una precisa operazione di una catena di montaggio, perché se cambiasse il modo di fare il suo mestiere comprometterebbe il corso dell’intera azienda.

Lavorare per vivere o la vita per lavorare?

Si giunge così al problema dell’alienazione del lavoratore, che fa sempre le stesse cose per otto o dieci ore al giorno, cinque o sei giorni alla settimana (sempre che non venga destituita la scansione settimanale), per la maggior parte della sua vita. E’ straniante eppure lo fa. Non avrebbe altrimenti nulla da mangiare, non potrebbe creare una famiglia. Dunque preferisce vivere con qualche piccola gioia piuttosto che morire tristemente e in solitudine.

L’uomo lavora per vivere perché non ha altre possibilità e mette da parte la sua passione per dar da mangiare ai propri figli, deviandola magari in uno sport o in un passatempo. Ma la società di oggi corre, come la macchina su cui lavora per otto ore al giorno, tutti i giorni della settimana. Sì perché ormai la settimana non esiste più, ormai il “ciclo continuo” sembra assorbire ogni tipologia di occupazione. La scansione settimanale viene sostituita da una turnazione che alterna giorni occupati e giorni a casa distruggendo anche la sacralità delle feste. Non la sacralità religiosa, ma quella familiare. Un’intera famiglia basa l’orologio della vita comune sulla turnazione dei genitori, che raramente sono a casa nello stesso momento e ancor più raramente lo sono in presenza dei figli, che hanno i loro impegni scolastici e sociali.

Va affrontato il problema dell’operaio perché è una delle figure che più soffre la mancanza di possibilità di dare sfogo alla propria personalità. Questa categoria di lavoratori, sia chiaro, non mette da parte la propria passione perché odia il proprio impiego ma perché non gli è dato modo di liberarla, se non in casi molto sporadici. Agli operai vanno associate le cassiere, i magazzinieri, i camionisti, il personale medico (che più di tutti soffre i colpi dell’epidemia in corso) e tutte le categorie di lavoratori che fanno un mestiere alienante, perché vanno tutelati e gli va data la possibilità di curare la propria personalità.

La società deve rallentare, perché il lavoro è sacro tanto quanto lo sono le vite dei lavoratori. Alcune persone possono scegliere che lavoro fare perché hanno una disponibilità economica di base che gli permette di creare il trampolino di lancio da cui partire. E però ne possono godere solo perché in famiglia qualcuno prima di loro ha lavorato sodo, magari tristemente, annoiato e ancora in modo alienante.

Manca la dignità del lavoro. E con essa quella del lavoratore

Non è la noiosità o la mancanza d’amore “la più dura delle miserie umane”, come affermava la poetessa premio Nobel per la letteratura Wislawa Szymborska. E’ il lavoro inutile, quello che nessuno sfrutta per saltare dal trampolino.

Uno Stato si fonda sul lavoro perché la sua base fondamentale, la famiglia, si basa su di esso. Non c’è famiglia senza retribuzione e non c’è retribuzione senza lavoro. Potrà anche essere una passione, ma prima di tutto è un mezzo di sostentamento, è la frontiera moderna dell’istinto di sopravvivenza. Ciò che è triste è il fatto che la maggior parte delle persone non possa trasformare la sua passione in un lavoro. Non può avvenire il passaggio del lavoro da “istinto di sopravvivenza” a “passione”, ma una passione può permettere a volte di guadagnarsi da vivere.

Problemi ancora irrisolti

E’ raro che una persona riesca a fare della propria passione un lavoro. Dunque va tutelata, si deve fare in modo che abbia abbastanza tempo per coltivare le proprie passioni. Non basta concedere un paio di giorni di riposo ogni tanto: si deve fare in modo che il lavoratore non torni a casa troppo stanco per dedicarsi alle sue passioni e alla famiglia, così come lo si deve fare con gli studenti. Le persone non devono vivere per lavorare, ma lavorare per vivere e per far vivere bene tutti. Bisogna renderle consapevoli di ciò che fanno per gli altri, per la nazione e con ciò tutelarle affinché abbiano anche la possibilità di trovare un giorno magari una passione che sia la loro occupazione.

Non tutti possono dare sfogo alla loro personalità perché, semplicemente, non hanno il tempo di farlo. Ciò è sì dovuto al loro impiego, ma non alla sua noiosità. Per far sì che le persone amino il loro lavoro bisogna renderle coscienti dell’importanza che ha e che quindi hanno loro nella società. Occorre tutelarle, fagli capire che lo Stato sì chiede a loro tanti sacrifici ma in cambio gli dà una vita dignitosa.

Ecco cosa manca nella nostra società: la dignità del lavoro e con essa quella del lavoratore. Si vuole tutto subito e fatto bene, senza curarsi del fatto che tutti i lavoratori sono uomini, coni loro bisogni, i loro sentimenti e i loro errori. Una cosa è certa: tutti i lavori hanno pari dignità perché permettono a tutti di avere una vita dignitosa e permettono il sostentamento dello Stato. Tuteliamo i lavoratori, tuteliamo i cittadini, tuteliamo la base fondamentale dello Stato.

Biagio Damo



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4 Commenti

  1. Assolutamente condivisibile. Contro la alienazione e per rendere più appassionante il lavoro ci sono molte soluzioni, perlopiù sconosciute, non studiate e comunque non applicate. Allo stato attuale sono Incapaci di creare e di mantenere lavoro, figuriamoci poi renderlo umanamente più gradevole… Fanno fatica a vivere alla giornata!

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