La distopia è un genere difficilissimo, quasi impraticabile. Bisogna avere una visione dell’animo umano ad amplissimo raggio. Perciò, in Italia, è decisamente poco battuto. Noi vendiamo bene le peculiarità e i regionalismi. Siamo il Paese della Ferrante e Camilleri; di Napoli e Roma uniche, ma conosciute in tutto il mondo. Il nostro esotismo funziona perché non assimilabile ad altro. Proprio per questo, però, non riusciamo quasi mai a guadagnare la forza universale di una narrazione valida e fruibile dalla Cina agli Stati Uniti.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di settembre 2022

Perché la distopia è un genere difficile

La distopia, cioè l’antiutopia, deve invece sempre avere come protagonista un soggetto morale per molti versi astratto, totale, alle prese non con la fattispecie di un popolo, ma con l’umanità ridotta alla sua natura essenziale, primitiva, eterna, quando la sovrastruttura sociale crolla e restano solo i bisogni primari, quelli che riportano prepotentemente in scena il fondamento animale dell’uomo allo stato di natura.

Infatti, al di là dei tanti film caratterizzati da scenari di questo tipo, in cui a prevalere è la volontà di stupire con scene splatter di cruda violenza, per il puro gusto di scioccare lo spettatore, i romanzi che si distinguono in tal senso, per qualità della denuncia e profondità della riflessione etica, sono pochissimi. Tra questi, è impossibile non segnalare il geniale Cecità di José Saramago, autore non per niente insignito del Premio Nobel – primo e unico portoghese. Ma come dimenticare Cormac McCarthy con il suo insuperabile, malgrado i tanti tentativi di emulazione cinematografica, La Strada? Fortunatamente, in Italia, abbiamo infine uno scrittore che non ha niente da invidiare a quest’ultimo. Si tratta di Davide Longo, autore de L’uomo verticale, testo uscito originariamente per Fandango, una decina di anni fa, e recentemente ristampato da Einaudi – lo stesso editore italiano di McCarthy.

L’uomo verticale

Il lungo ma intensissimo romanzo, assolutamente privo di cali di tensione, è la storia di Leonardo, ex scrittore e docente universitario, ritiratosi in campagna, successivamente alla denuncia di una sua allieva che l’ha accusato di averla costretta, sotto ricatto, a una relazione. In verità, l’uomo è stato incastrato in una situazione che ricorda da vicino tanti casi di falsa violenza generati dal fenomeno del MeToo.

Dacché si è isolato, dopo aver perso la famiglia in seguito allo scandalo, l’uomo ha osservato, con quella posizione meditativa e in parte vagamente lassista, tipica degli intellettuali, il mondo intorno a sé degenerare senza possibilità di salvezza. Nel libro, non è mai rivelato cosa sia successo – questo è un topos di una certa serie di distopie. Sta di fatto che gli spostamenti sono in buona parte interdetti e la circolazione dei beni alimentari si è fatta piuttosto problematica. A un certo punto, l’ex moglie si presenta da lui, lasciandogli in custodia la figlia naturale, Lucia, e il bambino avuto dal nuovo compagno, Alberto. Da quel momento, dato anche il lento ma costante aggravarsi delle vicende, le vite dei protagonisti andranno incontro a tutta una serie di atroci e tormentose peripezie, in un crescendo tragico attraverso il quale ognuno sperimenterà sulla propria pelle il costo umiliante della sopravvivenza e la difficoltà angosciante della speranza.

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Ma, al di là della trama mai banale – cosa per niente scontata, data la materia –, L’uomo verticale è prima di tutto un gran testo sull’inaggirabilità del problema morale lungo tutto il corso dell’esistere del singolo; un libro sulla chiamata che non può attendere a lungo risposta, in ogni contingenza e sempre a partire da questa. Senza mai scadere nella rozzezza del didascalico, che chiarisce per il lettore più pigro, Longo mostra il dilemma e la lacerazione, il conflitto dell’anima. Leonardo è un…

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