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Roma, 8 lug – Quando qualcuno muore l’elogio funebre è d’obbligo. In molti casi tuttavia ci si spertica in sermoni degni di miglior causa o si sbraccia indecentemente per tirare per la giacchetta il caro estinto. Il secondo caso è quello della Carrà, la cui scomparsa è divenuta l’ennesima occasione per fare propaganda all’approvazione del ddl Zan. Nel primo caso va inserito il florilegio di coccodrilli elogiatori con cui è stata annunciata la morte di Angelo Del Boca, lo scorso 6 luglio. Salutato dalla stampa con la colonna vertebrale a chiocciola come «uno dei maggiori storici del colonialismo italiano» (addirittura «il massimo» secondo «Il Foglio») a Del Boca in realtà va attribuita il merito di essere fra i fondatori di quel giornalismo storico (che è diverso dalla storiografia vera e propria) che ha aperto il filone della piagnoneria autoflagellatoria contemporanea.



La fortuna di Del Boca

La fortuna mediatica di Del Boca va ascritta a una delle tante intemerate di Indro Montanelli, affabulatore tanto grande quanto… creativo nelle sue ricostruzioni storiche: la famigerata querelle del 1995 sull’impiego dei gas nella guerra d’Etiopia (1935-36). L’Indro nazionale decise di prendere le parti di un negazionismo fuori dalla storia, salvo doversi poi ricredere e ritrattare tutto, per giunta aggiungendo una pezza peggiore del buco: «Non ho negato l’uso dei gas per riscattare e nobilitare quella impresa». Un bacio della pantofola all’ideologia portata in spalla da Del Boca e cioè che gli italiani «non sono stati brava gente» e che il nostro passato coloniale va abiurato, maledetto e detestato. La polemica attorno agli attacchi con l’iprite «negati» fece una grande pubblicità alle opere di Del Boca, che venne incensato come lo «svelatore dei crimini di guerra italiani». Peccato che probabilmente solo Montanelli era rimasto all’oscuro dell’uso dei gas durante la guerra contro il Negus. Ne parla De Felice nel suo Mussolini. Gli anni del consenso (1974) senza strombazzature e senza che il professore reatino sia stato messo dai suoi fan a fare il gallo sulla monnezza sbandierando la rivelazione di «storie negate».

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La propaganda anti-nazionale

Quella di Del Boca infatti non è una «rivelazione» ma semmai una interpretazione originale di cose del tutto conosciute. Che gli italiani avessero usato i gas in Etiopia lo sapevano tutti, che gli italiani avessero impiccato gli arabi in Libia dopo i fatti di Sciara Sciat c’erano addirittura le cartoline-ricordo mandate alla vecchia zia in Patria durante la guerra del 1911-12… Del Boca però ha preso integralmente le parti dei «colonizzati», anche quando la loro propaganda era grottesca ed esagerata, contribuendo a costruire un immaginario molto più fasullo di quello del «buon italiano», ma con l’aggravante dello scopo anti-nazionale. Se il «buon italiano» è infatti una narrazione auto assolutoria del tutto naturale e – mutatis mutandis – rintracciabile in ogni storiografia nazionale, il suo rovesciamento nel segno del penitenziagite suona infatti come una moneta da tre euro.

La retorica del «buon italiano» parte dal presupposto che gli intenti delle nostre azioni (coloniali, belliche, politiche) fossero essenzialmente progressivi. I metodi potevano essere anche stati brutali, in certi casi, ma il fine – in qualche misura – li giustificava. E centomila altri dettagli, atti, dati, fatti, documenti corroboravano questa visione della storia. Si può dire che quella è stata una narrazione un po’ strabica e forse bidimensionale ma non falsa. La narrazione opposta invece deforma la realtà: abbiamo usato le armi chimiche e le impiccagioni? L’abbiamo fatto perché eravamo essenzialmente malvagi e non uomini del loro tempo. Mussolini ha ordinato l’uso di armi batteriologiche (che peraltro non avevamo)? L’ha fatto perché era il Male Assoluto e non perché si comportasse esattamente come ogni altro leader politico contemporaneo.

Una questione ingigantita

Ha scritto Pierluigi Romeo di Colloredo su Storia in Rete n. 67 che «voler scrivere la storia della guerra d’Etiopia basandosi sulle fonti della propaganda etiope è come voler scrivere la storia della Prima Crociata basandosi su Torquato Tasso». Colloredo si riferisce all’uso che Del Boca ha fatto dei resoconti dei comandanti abissini, ripresi anche dalla stampa anti-italiana dell’epoca, quale fonte storica attendibile. La realtà è che la principale «rivelazione» del suo lavoro di divulgatore sulla storia coloniale italiana, la questione delle armi chimiche, è stata ingigantita esattamente come in quei resoconti. Ogni vittoria italiana sarebbe stata colta grazie all’uso «sleale» di queste armi «micidiali». Le loro vittime assommerebbero a migliaia o perfino decine di migliaia. La realtà fattuale è che l’impatto militare dell’uso dell’iprite in Abissinia fu trascurabile mentre molto maggiore è stato (e a quanto pare è tuttora) l’impatto mediatico e propagandistico anti-italiano che se n’è cavato.

Anche grazie agli scritti di Del Boca in Italia è stato possibile aprire una finestra di Overton per far entrare la cancel culture. Se da noi è per il momento almeno impensabile buttar giù un monumento in quanto fascista nonostante i sogni bagnati di alcuni iconoclasti nostrani, è invece sempre più prevedibile una mattanza di statue, memoriali, targhe e intitolazioni dedicate alle vicende coloniali italiane. Dopo decenni di martellante propaganda sul nostro «colonialismo straccione» tesa a svalutare ogni aspetto progressivo di quelle imprese (quella sì «storia negata», altro che i gas…) oggi sono pochissimi coloro che sono disposti ad affrontare la pubblica gogna e l’indignazione isterica dei social justice warrior italiani per difendere quel capitolo di storia nazionale. La loro retorica, gonfiata grazie al lavoro di Del Boca e dei suoi epigoni troverà facili appigli.

Il bilancio dell’opera di Del Boca

Già a Roma la fermata della Metro «Amba Aradam» ha dovuto subire un cambio di nome; a Genova la statua di Raffaele Rubattino, patriota e iniziatore dell’impresa coloniale italiana con l’acquisto della baia di Assab nel 1886, è stata contestata da gruppi di SJW che raggruppano ogni istanza del marxismo culturale: femminismo, terzomondismo, LGBTQwerty etc. Per alcuni autori cari alla sinistra liberal, le fontane coi «quattro mori» di Livorno e Marino e il monumento al grande esploratore Vittorio Bottego di Parma rappresentano degli insulti ai «nuovi italiani». Dalle parole ai fatti la rete di SJW «Restiamo umani» ha pensato bene di imbrattare di vernice il busto del generale Baldissera al Pincio, sempre perché colpevole di «colonialismo». La «Coppa Volpi»– rimasta intitolata al Conte di Misurata per 85 anni e ambito riconoscimento per stelle, stelline e wannabe tali del mondo del cinema al Festival di Venezia – è stata contestata nel 2020, sull’onda della nuova retorica anticolonialista…

Questo, insomma, il reale bilancio dell’opera – pur imponente dal punto di vista dei titoli pubblicati – di Del Boca. Se dei morti non si deve dire che bene (e infatti abbiamo omesso ogni cenno alla diserzione di Del Boca dalla divisione “Monterosa” durante la Guerra civile), magari si potrà però dire qualcosa sui loro libri. E sicuramente di quelli, l’Italia di oggi non aveva alcun bisogno.

Emanuele Mastrangelo

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3 Commenti

  1. A miserabili, quale colonialismo per voi non sarebbe “straccione”? Quello dei belgi inventati e finanziati dai Rothschild?

  2. miseraabili perditempo che nessuno si cagherebbe se non gli straccione del Fatto e di agora’ e scemaro’

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