“Questa è la legge”
“È la tua legge”
“È la legge di tutti gli uomini!”
“Non la mia”

Nel confronto tra l’ispettore Ginko e Diabolik sta forse il punto cardine del nuovo film dei Manetti Bros, Diabolik appunto, film-evento annunciato e atteso da almeno due anni e costantemente ritardato a causa della pandemia, tanto da costringere i registi a girare il sequel prima ancora che il primo capitolo fosse uscito nelle sale. Inaspettatamente, in un periodo in cui va tanto di moda adattare e rielaborare vecchi franchise e distruggere storici personaggi per renderli più “friendly” ai dogmi di oggi (vedi James Bond colpevolizzato e ridicolizzato a cui le strong women danno picche, o He Man inutile pupazzo di Teela con Skeleton povero cretino domato da Evil Lyn, o il Luke Skywalker fallito che deve lasciare il posto alla jedi donna, o Terminator donna che salva il nuovo John Connor donna eccetera eccetera) i due fratelli romani fanno la coraggiosa scelta di portare su schermo un personaggio totalmente estraneo ai valori tanto propagandati al giorno d’oggi.

Diabolik, nessun moralismo. Pura esaltazione di un uomo fuori dal comune

Il Diabolik che vediamo negli schermi non è affatto l’antieroe edulcorato che si è visto nei fumetti negli ultimi decenni, è anzi lo spietato criminale senza scrupoli dei primissimi numeri degli anni ’60. Eppure, non è malvagio o crudele come un banale villain da fumetto Marvel odierno, poiché è totalmente inascrivibile ad alcun concetto morale di bene o male. Nessun moralismo, tanto che il film è fatto in modo proprio da portare lo spettatore a tifare per il criminale piuttosto che per il bravo e retto commissario di polizia. Ma c’è di più: il film è un continuo esaltare le doti che rendono Diabolik un uomo fuori dal comune. Il suo genio, le sue capacità atletiche, di combattimento, di fuga. Traspare in tutto il film una sorta di esaltazione per qualcuno che è riuscito a superare i limiti del comune mortale. Fino appunto a farlo diventare qualcuno che per natura non può sottostare alle leggi altrui. E a farlo diventare un uomo solitario al di fuori del mondo. Solitario, finché non incontra persone del suo calibro con cui creare un germe di clan. Persone come Eva Kant, le cui capacità sono totalmente eguali e complementari a quelle del super criminale e che fin da subito è la vera co-protagonista del film. Il tutto senza patetiche concessioni al femminismo.

Anzi, la scorrettezza dei Manetti (di cui basta vedere un episodio a caso de L’Ispettore Coliandro per averne contezza) arriva sul tema “donna” anche a livelli superiori. Diabolik, oltre a tutto ciò che abbiamo detto, è anche un classico esempio di “maschilismo tossico” che sottomette la sua donna (parliamo di Elizabeth, la sua prima fidanzata) fino ad annullarla completamente. Ma la mente dello spettatore è portata non a biasimare Diabolik, bensì la debolezza di Elizabeth. Mentre Eva può essere trattata da pari del genio del crimine solo grazie all’azione e alla dimostrazione delle doti che la rendono fuori dal comune. La donna più bella e intelligente del mondo, desiderata da tutti, che può stare sono con il genio più grande del mondo. Una storia di Alfa che combattono contro le imposizioni della morale del gregge. E anche solo per questo, il film dovrebbe essere plaudito e accolto con giubilo.

Un film “pioneristico” 

Ma veniamo ora alla parte più tecnica, che ha insieme grandi pregi e alcuni difetti di cui non si può non tener conto. In un certo qual modo Diabolik può essere definito un film “pionieristico” per quanto riguarda l’Italia. È palese l’ispirazione e il tentativo di emulazione di tecniche alla Sin City, che hanno fatto scuola poi in film come The Spirit, Bunraku, 300 o Watchmen ma che già avevano visto radici in altri film “di nicchia” come The Shadow o Sky Captain ma anche in alcune scene di Kill Bill. Ma nel farlo si è cercato di calarle in un contesto italiano, sia dal punto di vista visivo e ambientale (lo stato immaginario di Clerville è un omaggio a tutta l’Italia) che dal punto di vista delle inquadrature. Quelle degli occhi di Diabolik, quelle della Jaguar, le inquadrature divise a mo’ di tavola e vignette, il pugnale che viene lanciato che viene “seguito” dalla telecamera, tutto esattamente come avviene nelle tavole dei fumetti Astorina.

La tecnica si vede anche in alcune scelte stilistiche da “sospensione di incredulità” che possono far storcere il naso a chi è a digiuno da certe visioni e che magari considera scelte volute e ottimamente riuscite come effetti speciali mal riusciti o scene girate male. È il caso delle assurde maschere che ricordano Mission Impossible, o le aperture dei passaggi segreti che sembrano uscite dal Batman di Adam West, o i mezzi assurdi usati da Diabolik per aprire muri blindati e cassette di sicurezza, fino alle scene di inseguimento tra macchine della polizia e l’iconica Jaguar nera girate proprio per sembrare un fumetto e non un film d’azione. Ogni scena trasuda amore per il fumetto originale (anche nelle ambientazioni e nei costumi) oltre che una buona dose di nerdismo che per un film del genere non guasta affatto (impossibile non notare influenze di Lupin per quanto riguarda il rapporto Ginko-Diabolik-Eva che fa molto Zenigata-Lupin-Fujiko, o quelle batmaniane per quanto riguarda gli ingressi nella caverna segreta o le sparizioni improvvise del nero Diabolik dalle finestre) ma soprattutto una volontà di conquista di tecniche nuove che in Italia sono assoluta avanguardia oltre che una meravigliosa boccata d’ossigeno.

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Ma non tutto funziona

C’è però da dire che in questo non tutto funziona. La resa “fumettosa”, infatti, non riesce del tutto per carenza tutta italiana di attori di spessore. Per avere un risultato ottimo servirebbe una recitazione che sia costantemente al limite e sopra le righe ma che non faccia mai scadere nella forzatura o nella farsa. E questo non sempre riesce nel film: un conto è fare Sin City con Bruce Willis, Clive Owen, Mikey Rourke ed Eva Green, un conto è avere Serena Rossi che sembra uscita da una fiction e che in ogni sua scena appare ridicola, o altri attori di contorno che spesso sembrano macchiette, escluso forse l’ottimo Giovanni Calcagno nei panni del pompiere. Bene comunque gli attori principali. Ottimo Luca Marinelli, forse attualmente il miglior attore italiano, nei panni del genio del crimine. Criticato qua e là per aver fatto una interpretazione “senza anima” è invece perfetto nel personaggio freddo, distaccato e spietato proprio come dovrebbe essere Diabolik. Non male Valerio Mastrandrea nella parte di Ginko, anche se forse un po’ troppo ingessato. Miriam Leone è incredibile, è Eva Kant che prende vita dalla carta. Ogni tanto la sua recitazione ha dei punti deboli proprio nei momenti in cui si dovrebbe essere in quel limbo “al limite sopra le righe” ma è molto difficile che qualcuno ci possa fare caso: per farlo dovrebbe uscire dalla continua ipnosi che ella provoca con il suo fascino a dir poco sovrannaturale. A fasi alterne invece Alessandro Roja nei panni del disgustoso Caron, mentre Claudia Gerini è ottima e forse sprecata nei soli quattro-cinque minuti che la vedono protagonista.

Ci sono poi forse delle scelte di montaggio non vincenti: la scena in cui Eva e Diabolik parlano e contemporaneamente partono i flashback di Eva con Caron e che in qualche modo dovrebbe fare effetto “Guy Ritchie” non funziona. E narrativamente il film è forse troppo spezzato in due tra la prima parte delle “origini” e la seconda del “colpo”, cosa che potrebbe stancare qualche spettatore che non ama troppo seguire i film. La presenza continua di dialoghi “didascalici” invece è una scelta voluta proprio per emulare in tutto e per tutto il fumetto originale (chiunque lo conosca sa bene che i cosiddetti “spiegoni” fanno parte del fumetto) ma al pubblico generalista potrebbe sembrare una debolezza di sceneggiatura e potrebbe non apprezzare.

Il ritorno dell’Italia

Da brividi invece la colonna sonora firmata da Pivio e Aldo De Scalzi, con un tema musicale che dà ritmo continuo al film e che riesce a dare quell’atmosfera thriller-comics come meglio non si poteva fare.
Insomma un film che merita tecnicamente una sufficienza piena e che, se registi e attori riuscissero a coltivare ciò che di ottimo hanno fatto e migliorare e correggere gli errori che si sono evidenziati, potrebbe essere la base per un ottimo franchise che potrebbe essere davvero un unicum in Italia. Che finalmente sta iniziando a sfornare film di livello e che non si appiattisce su cinepanettoni e commedie o sulle pallosissime storie sfigate ed esistenzialiste dei registi perdenti in costante bisogno di psicanalisi.

Carlomanno Adinolfi

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