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Guy Debord è morto, lo spettacolo continua

by Aleksandr Dugin
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Debord Dugin

Il 30 novembre 1994, all’età di sessantadue anni, si è suicidato Guy Debord. A lungo il suo nome è stato un mito. L’internazionale situazionista, che creò (a Cosio d’Arroscia il 27 luglio 1957) e diresse a lungo, è passata alla storia come una delle formazioni politiche più radicali dell’epoca. Temuto e ammirato dalle folle, è stato tra i fautori e i principali ispiratori delle rivoluzioni europee del 1968. Ad ucciderlo è stata la disperazione, unita alla consapevolezza della totale sconfitta dell’anticonformismo in Occidente e del totale trionfo del Sistema.

Questo estratto dal libro I templari del proletariato è stato pubblicato sul Primato Nazionale di ottobre 2021

Dugin rilegge Debord

Negli spensierati primi anni Cinquanta, mentre l’avanguardista Michel Mourre, vestito da domenicano, declama un lungo sermone nietzschiano ultraradicale a Notre Dame durante la settimana di Pasqua, mentre un «laboratorio d’arte sperimentale» espone le opere di un certo Congo e riceve un riscontro positivo dalla critica d’avanguardia, annunciando che l’autore delle opere è uno scimpanzé, il giovane genio Guy Debord, radicale, abissale e spietato, emerge nell’universo anticonformista. Impressiona tutti con la sua energia, il suo coraggio e il suo talento, nonché per il quantitativo di alcol che beve. «Nella mia vita ho solo letto e bevuto» scriverà più avanti. «Ho letto molto, ma bevuto di più. Ho scritto meno di altri uomini di lettere, ma ho bevuto più di altri bevitori».

Un’irriverenza radicale

Il primo atto scandaloso di Debord è un violento attacco rivolto contro Charlie Chaplin, in occasione del suo arrivo in Europa nel 1952. Debord esordisce definendo l’arcigno comico-umanista «truffatore di sentimenti e profittatore della sofferenza». La performance si conclude con queste parole: «Go home, Mister Chaplin!». C’è già tutto del futuro situazionista – l’avversione per i surrogati borghesi della cultura di massa, specialmente quelli segnati da falso progressismo e farisaico umanesimo. La lotta contro la destra e lo smascheramento della sinistra sono l’essenza della posizione di Debord. In altre parole, siamo di fronte a una rivolta radicale contro il sistema e il suo astuto totalitarismo, mascherato da democrazia. Non sorprende che la sinistra più moderata lo attacchi, spaventata dalla sua intransigenza e coerenza.

Leggi anche: Dal comunismo al nazionalbolscevismo: il «marxismo di destra» di Dugin

A poco a poco, lo stesso Debord formula un’impareggiabile critica rivolta all’avanguardia: «La borghesia sviluppata riconosce il principio della libertà di creazione intellettuale o artistica, salvo poi lottare contro di essa; infine, piega ai propri interessi i risultati di questa creatività. La borghesia deve mantenere una mente critica e uno spirito d’indagine libero in un piccolo gruppo di persone, ma a condizione che questi sforzi siano relegati a sfere molto ristrette e accuratamente preservati da critiche generali e dal trasferimento alla società nel suo insieme. […] I non-conformisti sono accettati dal Sistema solo a patto che rinuncino a generalizzazioni globali e si limitino ad ambiti strettamente limitati e frammentari. Ecco perché lo stesso termine “avanguardia”, perfetto per la manipolazione borghese, è sospetto e ridicolo».  

L’era delle folle solitarie

L’opera principale di Guy Debord, diventata un classico moderno, è La società dello spettacolo, verdetto spietato sulla modernità, «era di folle solitarie». «Così come la ricreazione è determinata dal non essere lavoro, le prestazioni sono determinate dal non essere vita». Il mondo moderno è dunque l’isolamento, l’apparenza, la morte. Al posto dell’esperienza di vita, che unisce, regnano le leggi dell’immagine, di immagini baluginanti che si limitano a rappresentare la realtà. Sulla scorta di Fromm, Debord scopre che il degrado sociale del sistema liberale si è spinto molto oltre. Dall’essere si passa all’avere. Ma anche l’avere scompare, trasformandosi in apparire. Dapprima il mondo borghese piega la natura alle proprie leggi industriali, poi subordina se stesso e infine la cultura. È un gioco che finisce per distruggere la storia. «La fine della storia è un piacevole sollievo per qualsiasi potere esistente». Avendo soppresso la realtà nell’uomo e nella società, sostituendo lo Stato e l’esperienza con la «rappresentazione», il sistema sviluppa un…

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