La questione dell’egemonia culturale della sinistra continua a tenere banco. Oggi più che mai. Scuola, giornali, riviste, libri, intellettuali presunti, influencer di ogni risma, per non parlare della televisione, marciano con una sincronia di cui andrebbe sicuramente fiero Antonio Gramsci. E poco conta che delle battaglie sociali sia rimasto un pugno di leggi ormai in via di disapplicazione progressiva, o che oggi il sindacato sia la cinghia di trasmissione dei Caf.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di dicembre 2021

Alta o bassa cultura che sia, senza offesa s’intende, il quadro non cambia: l’aria è altrettanto irrespirabile. Lo sanno bene gli editori, i giornalisti, gli intellettuali che continuano a non allinearsi. Basta un giro di telefonate per avere la conferma che il clima è pesante, che la battaglia sul piano culturale è uno dei campi più caldi.

La lunga marcia della sinistra

Anche se i generali della politica paiono non averlo chiaro, il mondo genericamente identitario deve recuperare terreno dopo aver accumulato ritardi e deficienze nell’arco di decenni. «È una storia lunga», spiega Gennaro Malgieri, scrittore, ex direttore del Secolo d’Italia ed ex parlamentare, «che affonda nell’immediato secondo dopoguerra. Il Pci, e con esso tutta la sinistra, si appropriò delle istituzioni culturali in vario modo, lasciando quelle amministrative al mondo politico moderato. Creò nel tempo un laboratorio di idee capace di attrarre soprattutto giovani intellettuali affascinati dal mito della rivoluzione proletaria. Il dominio sulle mentalità è divenuto nei decenni assoluto e il politicamente corretto di conseguenza prevalente. L’ispiratore fu Gramsci che intuì, sulla scorta – e non sembri paradossale – della lezione gentiliana, che il primato della cultura doveva indirizzare l’azione politica. Oggi le nuove tecnologie vengono usate dalla sinistra per rafforzare, in maniera raffinata, tale assunto». E il ritardo accumulato, se possibile, pare essersi fatto maggiore negli ultimi anni, finendo per essere cumulato in altri comparti del mondo culturale.

L’egemonia culturale si fa conformismo

«Siamo passati da un modello per blocchi novecenteschi», sottolinea Gianluca Veneziani, firma di Libero, «a un’ideologia dominata ormai dal conformismo. Indubbiamente ci sono ragioni storiche: i vincitori della Seconda guerra mondiale, nella loro componente comunista, si presero il comparto culturale, pur non andando al potere politico, e dando vita all’egemonia culturale invocata da Gramsci. Attualmente è un’egemonia culturale che guarda all’alto, ma anche al basso, al pop: a differenza del periodo berlusconiano, quando erano altri i soggetti a svolgere questo secondo tipo di comunicazione, oggi, anche grazie al ruolo del mainstream, chi comunica verso il basso fa riferimento al solito ambito della cultura alta. E c’è stata un’altra evoluzione, penso alla gestione morale: siamo passati da un’attenzione alla trasparenza dei partiti, all’onestà – invocata da Berlinguer, proseguita con Mani pulite e arrivata ai Cinquestelle – a una moralizzazione della nostra vita privata. Tutto questo incide sempre più nella nostra vita». Gli spazi, insomma, si sono ridotti anche grazie alla scarsa lungimiranza del centrodestra, mentre rimbalzano come un ossesso le parole d’ordine – ormai nella dimensione del bispensiero orwelliano – della tolleranza, della inclusività, del rispetto delle minoranze, dell’altro da sé.

Gli errori della destra e come ripartire

«Paradossalmente», spiega Andrea Lombardi, editore dell’associazione Italia storica, che ha in catalogo decine di volumi di carattere storico-militare, «vi era più libertà e pluralità di espressione negli anni dopo il 1946, a guerra appena finita, e 1950-1960, con un’infinità di pubblicazioni, giornali, periodici, editrici di destra e di centro, o ancora negli anni 1970-1980. Poi, dopo un abbozzo di ripresa istituzionale della cultura liberale e cattolica conservatrice e di destra a cavallo delle prime vittorie berlusconiane, presto esaurita, negli anni 2010 sino a oggi c’è stata la totale scomparsa dell’investimento culturale da parte del centrodestra – e come investimento culturale, ripeto, non intendo il disquisire sul sesso degli angeli, ma anche e soprattutto la cultura come elemento essenziale del funzionamento della società italiana e dei suoi enti, organismi, fondazioni».

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Eppure l’egemonia culturale del politicamente corretto, accanto alla capillarità con cui fa arrivare in modo ossessivo i suoi messaggi (e le sue prebende), ha evidenti punti deboli, come ricorda Francesco Polacchi, proprietario di Altaforte Edizioni, che hanno dovuto difendersi più volte dalla scure di chi moraleggia sulla cultura. «Il punto debole del politicamente corretto? È troppo politicamente corretto. Spesso fazioni all’interno dello stesso mondo di sinistra – spiega – si osteggiano l’un l’altro per problemi lessicali. È un pensiero debole e la storia ci insegna che il pensiero debole viene sempre soppiantato da qualcosa di più forte. Se fossimo in…

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