Roma, 12 dic – Se il campanilismo fosse davvero un difetto nazionale (sì, spesso lo diventa, ma in fondo è una nostra caratteristica a cui non sappiamo proprio rinunciare) la Toscana – terra di geni e menti feconde – saprebbe trasformarlo in un’opera d’arte.

Firenze, Siena, Lucca, Prato, Pistoia: ogni città ha un “buon” motivo per risentirsi verso il prossimo. Siamo pur sempre nella regione di guelfi e ghibellini. Ci sono due centri in particolare, Pisa e Livorno, per le quali ogni aspetto della vita diventa un derby. Dal cibo di strada – la focaccia con cecìna altro non è che la 5e5 dell’importante località portuale – a quello da tavola (il palombo alla livornese 25 km più a nord diventa in umido) passando per la saggezza popolare: se da una parte “i livornesi li abbiamo inventati noi” dall’altra – concordando con i lucchesi – “meglio un morto in casa che un pisano all’uscio”.

Rivali tutto l’anno quindi ma – nel miglior esempio italiano – al momento del bisogno, senza pensarci, il campanile viene messo da parte. E’ successo nel 2007, quando un nutrito gruppo di tifosi pisani è accorso nel vicino capoluogo labronico messo a dura prova da un pesante alluvione.

Pisa – Livorno: il derby del Tirreno

Ruggini antiche quindi, a ritroso si arriva fino al 1284. In quell’anno la sconfitta pisana nella battaglia della Meloria segna l’inizio della fine per la repubblica marinara toscana. A trarne vantaggio, oltre alla vincente flotta genovese, la vicina Livorno, modesto villaggio di pescatori che nel ‘500 diventerà il principale porto del Tirreno settentrionale.

Anche calcisticamente si arriva agli albori dello sport nazionalpopolare per eccellenza. Nel luglio 1921 la finale centro-meridionale (Pisa – Livorno 1-0) permette ai nerazzurri di giocarsi la finalissima di Prima Categoria – l’antenata dell’odierna Serie A – persa contro la forte Pro Vercelli. L’anno precedente furono proprio gli amaranto a sfiorare il titolo di campioni d’Italia: a Bologna prevalse l’Inter per 3-2. 

Un secolo di goliardate, risse e dispetti. Come nel marzo 1958, con l’allenatore Umberto Mannocci – livornese di nascita ma allora tecnico del Pisa – che si prende sei mesi di sospensione in seguito ad una scazzottata scaturita su un terreno di gioco, appesantito dalla pioggia battente, mentre i labronici conducono per 2-0. O come sul finire degli anni ‘70: galline con al collo sciarpe nerazzurre e 11 bidoni della spazzatura sui quali sono impressi i nomi dei giocatori livornesi.

Il primo incontro degli anni 2000

Altro episodio emblematico della disputa tirrenica è sicuramente il primo incrocio del nuovo millennio. In un derby tutto sommato non memorabile se non per gli iniziali fuochi d’artificio (all’Ardenza finisce 1-1, Varricchio risponde a Carruezzo) a pagare pegno della troppa tensione è Igor Protti. A 33 anni suonati “Il signore delle reti” in seguito ad un duro colpo – uscirà comunque con uno zigomo rotto – perde letteralmente la testa: fallo di reazione, ripetuti insulti e tentativo di testata al guardalinee valgono al centravanti riminese ben 10 giornate di squalifica.

L’utopia di Romeo Anconetani

In un simile contesto appare quanto meno ardita la proposta elaborata ad inizio anni ‘90 dal presidentissimo pisano Romeo Anconetani. La futuristica idea di questo storico uomo di pallone è quella di costruire una società dal nome suggestivo (Pisorno: la stessa denominazione degli avveniristici stabilimenti cinematografici edificati del 1934 a Tirrenia) capace di concorrere con le grandi della pedata italiana. Prima che il progetto prenda forma si scontra con la reale impossibilità della grande utopia: unire Pisa e Livorno. Non se ne farà niente. Anzi, di lì a poco i rapporti con i propri tifosi precipitano e l’epopea calcistica di Anconetani finirà con il fallimento del 1994. Come a dire… gli uomini non congiungano ciò che gli dèi del calcio hanno diviso.

Marco Battistini

La tua mail per essere sempre aggiornato

1 commento

Commenta