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Roma, 8 feb – La Guerra di Spagna fu il preambolo alla guerra mondiale che sarebbe scoppiata di lì a pochi anni. Le forze che avrebbero poi fatto parte dello schieramento alleato e quelle fasciste, infatti, ebbero diverso modo di scontrarsi in maniera più o meno evidente sul suolo spagnolo. L’Italia diede il suo apporto ed il suo supporto alle forze franchiste al fianco della Germania. Giovanni Sorba, volontario per questo conflitto, troverà la morte sul campo di guerra spagnolo.

Sangue di Enea Ritter

Ferito ma non affranto

Nato a Cellarengo il 21 maggio 1911, Giovanni Sorba studiò, dapprima, per diventare maestro delle scuole elementari. L’insegnamento era la sua grande passione ma, in anni di tensione in cui l’Italia entrava in contrasto con l’Etiopia e la Spagna spodestava il governo comunista, Sorba decise di servire la propria nazione. L’11 aprile 1938 venne mandato a Benafer, nei pressi di Valencia, dove, tre mesi dopo, fu ferito. Il rischio di morire, per il giovane insegnante, era alto ma, comunque, non volle lasciare le posizione preferendo passare il periodo di convalescenza sul campo di battaglia.

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Il 23 dicembre dello stesso anno era già di nuovo in combattimento e si distinse per il coraggio dimostrato a Seròs. Il nome di Giovanni Sorba divenne leggenda, ma il 1939 portò aria di nuove battaglie.

L’attacco alla fortezza di Montjuic

L’anno nuovo portò un nuovo scontro, quella per la conquista della Catalogna. I Legionari italiani, assieme alla Legione Condor tedesca ed alle truppe spagnole fedeli a Franco conquistarono la regione nordorientale del Paese. Il compito di Sorba era quello di conquistare la fortezza di Montjuic, una vera roccaforte per le truppe socialiste. Sorba operò con il fattore sorpresa vincendo i nemici e facendo molti prigionieri. Tuttavia, si accorse che alcuni soldati erano riusciti a scappare. Trovato un punto sopraelevato cercò di individuarne la posizione. In quel momento un colpo di fucile gli squarciò il ventre.

Era il 4 febbraio 1939 e Giovanni Sorba moriva in terra straniera conquistando la sua seconda medaglia, questa volta d’oro: “Comandante di plotone fucilieri, animatore e trascinatore dei suoi uomini, seppe assolvere in ogni fase della battaglia di Catalogna i più audaci incarichi. In un duro combattimento, quasi al termine della guerra vittoriosa si slanciava all’attacco di un nido di mitragliatrici e con tale decisione da destare in tutti ammirazione. Ferito, non si fermava; colpito a morte nell’istante in cui abbatteva a colpi di bombe a mano le ultime resistenze avversarie, trovava la forza di rivolgere ai suoi uomini, accorsi attorno a lui, le parole: «Patria e Duce»”.

Tommaso Lunardi

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