Roma, 29 ott – Eroi dimenticati in terre lontane, un “purissimo esempio di sublime sacrificio”. Cielo di Aksum, 3 marzo 1936. Il colonnello Ivo Oliveti si alza in volo verso il Tacazzé, fiume dell’Africa orientale. Lungo poco meno del Po, oggi bagna Etiopia, Eritrea e Sudan. Sono gli ultimi fuochi della seconda battaglia del Tembien e, nonostante un nemico ormai sconfitto, soldati italiani e armate abissine combattono ancora corpo a corpo. Proprio sotto al velivolo che, oltre al suddetto pilota, è equipaggiato da capitano, sergente ed aviere scelto. Un’azione tutto sommato normale per un pluridecorato forgiatosi nelle tempeste d’acciaio della Grande guerra.

Dona questa vita come getteresti un fiore

Accidentalmente però un proiettile colpisce il mezzo, avvampando un piccolo incendio. Con le fiamme che si avvicinano pericolosamente al carico esplosivo l’opzione più facile per salvare la vita dei quattro militari sarebbe quella di sganciare gli ordigni. Ma farlo significherebbe macchiarsi di un’evitabile carneficina. Oliveti, con “cosciente valutazione del dovere”, capisce ben presto che l’unica alternativa corrisponde al sacrificio personale. Direziona l’apparecchio da bombardamento verso un terreno sicuro e ordina ai suoi uomini di gettarsi con il paracadute. Vinta anche la resistenza del capitano, l’aviatore si consegna ad un’eroica immortalità.

Con gli “arditi azzurri dalle ali forate”

Ivo Oliveti nasce il 27 ottobre 1895 a Borghi, piccolo comune sito sulle prime colline tra la vallata dell’Uso e quella del Rubicone. L’entrata dell’Italia nel primo conflitto mondiale coincide con l’arruolamento nel Regio Esercito: è il settembre 1916 quando consegue il brevetto di pilota. In servizio con Gabriele D’Annunzio nell’audace impresa di Cattaro “condotta a luce stellare”, il romagnolo conclude la guerra fregiandosi di tre medaglie al valore militare (due d’argento, una di bronzo). Con il passare degli anni i due pionieri del volo rimarranno comunque in contatto, grazie a una corrispondenza epistolare oggi conservata tra il Vittoriale e il Museo Renzi di San Giovanni in Galilea.

L’impegno politico e il ritorno in servizio

Per il notaro di Romagna – così lo chiamava amichevolmente il Vate – è quindi tempo di tornare alla propria professione, vale a dire quella di avvocato. Prima a Forlì, poi a Milano, dove aderisce ai fasci di combattimento. Si schiera nuovamente, preferendo i devoti della vittoria ai bestemmiatori della patria. L’impegno politico lo porta ripetutamente verso il popolo. Diviene figura di spicco del fascismo romagnolo con incarichi anche a livello nazionale. Ma, in seguito a sua espressa richiesta, nel 1935 è richiamato in servizio: nell’ottobre dello stesso anno parte per l’Etiopia.

In faccia alla notte”

Il suo nome è tornato alla ribalta per un dovuto omaggio che il proprio comune natìo ha recentemente deliberato, ossia l’intitolazione di un parco che ricorderà anche il fratello Ferdinando, unico ufficiale italiano ad aver combattuto tutte le guerre del Novecento (italo-turca, d’Africa, di Spagna, oltre alle due mondiali). Come il lettore potrà immaginare, subito si è alzato lo scontato e ormai annoiante brusìo di quella sinistra in età pensionabile. Il riconoscimento dell’amministrazione è stato etichettato addirittura come un “segnale di prepotenza”. La protesta ha avuto il suo punto più alto – si fa per dire – con una camminata organizzata dalle solite attempate sigle. E dire che in tempi non sospetti al nostro sono state dedicate vie e scuole.

Pansa li avrebbe semplicemente definiti gendarmi della memoria. Ma di questo flebile vociare poco importerebbe a una medaglia d’oro al valore militare (la quarta in ordine temporale): siamo sicuri che sorridendo al cospetto della morte Oliveti abbia ripensato – anche solo per un attimo – alle righe per lui vergate dal “suo” poeta armato. Saremo noi soli in faccia alla notte e all’Avvenire.

Marco Battistini

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2 Commenti

  1. Bravissimo, complimenti, un articolo succinto, mai retorico, e ne verrebbe facilissimo donde… Evitata ogni stucchevole polemica, resta la Notte. Nera come la pece.

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