Roma, 15 gen – Anche la destra radicale (o neofascista, tradizionalista etc.), con le sue prese di posizione anticolonialiste, terzomondiste e filoislamiche, ha contribuito – ne fosse consapevole o meno qui non importa – alla sistematica messa in discussione della nostra identità di italiani ed europei. Particolarmente sconcertante è l’anticolonialismo, in presenza di una innegabile storia coloniale del fascismo. Ma qui scattano subito le solite giustificazioni sulla natura intrinsecamente diversa del colonialismo fascista, costruttore e «imperiale», rispetto al preteso colonialismo di rapina di stampo anglofrancese.

Quello fascista fu un colonialismo «speciale»?

In effetti, sulla lontananza tra i due colonialismi la nuova storiografia di lingua tedesca che si occupa del colonialismo fascista credo sia concorde, ma in un senso però assai differente. Ne dà conferma un testo del 2006, curato da Asfa-Wossen Asserate e Aram Mattioli, e dedicato appunto alla conquista dell’Etiopia, dall’emblematico titolo di Der erste faschistische Vernichtungskrieg, dove si scopre che la guerra abissina, lungi dall’essere stata una guerra coloniale convenzionale, fu nientedimeno che il punto di giunzione tra i conflitti coloniali dell’età «classica» dell’imperialismo e l’hitleriano Lebensraumkrieg. Da ciò, appunto il suo carattere di guerra di sterminio, di guerra di annientamento. Insomma, non propriamente un quadretto idilliaco. Per cui effettivamente il colonialismo fascista differirebbe da quelli che l’hanno preceduto, ma non tanto per un semplice sovrappiù di violenza, quanto proprio per aver rappresentato un nuovo tipo di conflitto che conoscerà i suoi esiti estremi con Hitler. Che poi questa interpretazione sia non poco forzata e palesemente ideologica mi sembra evidente. Ma credo sia ora di abbandonare letture edificanti e apologetiche, per restituire il colonialismo fascista alla sua realtà storica e alle sue inevitabili durezze.

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Il mito (anche destrorso) di Al-Andalus

Come già detto, anche sul mondo islamico l’area destroradicale ha abbondato in stereotipi laudativi, dalle immancabili traduzioni dei testi greci, ai numeri (falsamente) arabi, al mondo pretesamente tollerante e armonioso della Spagna musulmana. Sul primo punto, è bastato il testo di Sylvain Gouguenheim, Aristote au Mont-Saint-Michel: les racines grecques de l’Europe chrétienne, per scatenare la reazione indignata dell’intellighenzia gauchiste; sul secondo, basta leggere un buon testo di storia della matematica; sul terzo, sul quale anche io avevo detto qualcosa in un vecchio articolo uscito sempre sul Primato online, le edizioni Passaggio al Bosco hanno appena pubblicato un libro di Philippe Conrad, Al-Andalus: l’impostura del «paradiso multiculturale», che spero segni una netta inversione di tendenza sull’argomento.

Dopo un’introduzione generale sui «conflitti della memoria» in Spagna e sull’altrettanto essenziale «battaglia per la storia», e dopo la successiva ricostruzione del contesto spazio-temporale relativo all’invasione arabo-islamica e alla Reconquista cristiana (termine tardo che però corrisponde al concetto asturiano-leonese di restauratio totius Hispaniae), si arriva al «cuore» del libro riguardante la dhimmitudine, cioè la condizione in cui si trovavano cristiani ed ebrei sotto il dominio islamico, che l’autore descrive con grande chiarezza. Innanzitutto «la dhimma sancisce la sottomissione dell’autoctono non musulmano alla legge islamica» (p. 47). Da questa sottomissione derivano tutte una serie di misure, che vanno «dalla deportazione dei vinti per ragioni strategiche» (p. 49), a un particolare regime fiscale cui i dhimmi erano tenuti a obbedire, da un trattamento legale che li vedeva fortemente penalizzati, alle discriminazioni nell’abbigliamento, dalla possibilità di essere condannati a morte per blasfemia (si pensi ai celebri «martiri di Cordova» nel IX secolo) o per essersi uniti a una musulmana, al divieto di avere libri religiosi musulmani o servitori musulmani.

Altro che paradiso multiculturale

Fortissime limitazioni erano presenti in relazione ai luoghi di culto dei dhimmi, e anche «l’esercizio del culto è oggetto di una precisa regolamentazione» (p. 59), e a volte, specialmente sotto il dominio almohade (setta rigorista di origine berbera), vennero decretate conversioni forzate. Importante nell’economia dell’opera è anche il capitolo dedicato ai mozarabi (nome che indicava appunto i cristiani che vivevano in al-Andalus), che specialmente quando la pressione dei regni cristiani divenne più forte, vennero sempre più percepiti come una sorta di «quinta colonna» del nemico. Da qui, la deportazione nel Maghreb di molti mozarabi soprattutto nel corso del XII secolo.

Chiude il libro un capitolo dedicato alla genesi del mito di al-Andalus come un vero e proprio «paradiso multiculturale», in cui le varie confessioni convivevano in una fatata atmosfera di tolleranza e rispetto reciproco. Secondo Conrad sono principalmente due i filoni culturali all’origine di tale mito: l’«andalusismo» caro ai Romantici, unito al più generale «esotismo orientalizzante del XIX secolo» (p. 77) e la celebre «leggenda nera» anti-spagnola, che appunto dipingeva la Spagna cattolica come la sentina di tutti i mali, come la nazione barbara, feroce e oscurantista, cui si dovevano i roghi dell’Inquisizione, la cacciata degli ebrei e dei moriscos e gli stermini dei conquistadores nelle Americhe. Ma la realtà è un’altra e cioè che «la Reconquista realizzata a scapito dei Mori è stata il perno fondamentale attorno al quale s’è costruita la nazione spagnola» (p. 78).

Giovanni Damiano

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