Roma, 20 gen – La scorsa settimana, alla soglia dei 99 anni, è venuto a mancare Ferruccio Bravi. Purtroppo, in molti, soprattutto fra i più giovani, non avranno mai udito questo nome. Vale dunque la pena spendere alcune parole per raccontare cosa ha fatto e chi era Ferruccio Bravi, non solo per un suo doveroso ricordo, ma anche per dare testimonianza, nel mediocre grigiore della contemporaneità, di un diverso tipo d’uomo e d’italiano.

Chi era Ferruccio Bravi

Nacque a Roma l’otto aprile del 1923, da padre romano – ma con ascendenti centro-settentrionali – che svolgeva l’attività di bibliotecario della Sanità Pubblica e da madre di antica famiglia trentina, fervente irredentista e iscritta alla Lega Nazionale di Trento, costretta a rifugiare nella capitale allo scoppio della Grande Guerra e morta pochi mesi dopo il parto. Ferruccio Bravi crebbe nel clima culturale e politico del Ventennio, dove il motto “libro e moschetto” era un monito vivo nella gioventù del tempo. Coerentemente, nel 1942, ad appena diciannove anni, partì come volontario di guerra. Ricordava sempre delle sue esperienze belliche che “non ebbero nulla di eroico e straordinario, ma neanche di vergognoso”.

Grande fu invece la vergogna provata dopo il 1945 nel vedere l’Italia lacerata e occupata dalle truppe anglo-americane. Così come grande fu lo sdegno di fronte ai tanti zelanti fascisti del ’40, esultanti sotto palazzo Venezia alla dichiarazione di guerra, divenuti arroganti paladini dell’antifascismo a guerra conclusa. Sentimenti che rimasero impressi nell’animo di Bravi per tutta la vita e contro i quali combatté sempre, forse nell’inconscio tentativo di saldare in una sorta di riscatto personale quello di un’intera nazione.

Terminato il secondo conflitto mondiale, Ferruccio Bravi concluse gli studi universitari a Napoli, dove si laureò nel 1952 con una tesi in lingua tedesca sul nobile tirolese Oswald Von Wolkestein: tesi che poi divenne la sua prima pubblicazione di successo, più volte ristampata negli anni successivi.
Parallelamente agli studi, iniziò la carriera negli archivi di Stato, prima a Roma e poi, dal 1950, a Bolzano. Presso l’archivio del capoluogo atesino fece velocemente carriera, divenendo prima reggente, poi direttore e docente di paleografia. In quegli anni fece la conoscenza del grande glottologo Carlo Battisti – l’indimenticabile protagonista del capolavoro neorealista di Vittorio De Sica, Umberto D. – al tempo direttore del prestigioso Archivio per l’Alto Adige. Da questa conoscenza nacque il profondo interesse e lo studio della questione toponomastica atesina, che accompagnerà il nostro per larga parte della sua carriera di studioso.

La lotta per la difesa dell’identità italiana

Rimase in carica all’Archivio fino al 1970, poi per alcuni anni, dal 1971 al 1974, svolse anche il ruolo d’insegnante nei licei locali. Nel 1967 fu cofondatore del Centro di documentazione storica per l’Alto Adige, poi divenuto nel 1982 Centro di Studi Atesini (CSA), che diresse fino al 2001, dove pubblicò numerosi testi di glottologia, saggi letterari e storici, portando avanti con coraggio e tenacia una lotta culturale per la difesa dell’identità italiana nei territori del Trentino e dell’Alto Adige. Fu sempre un attento e scrupoloso ricercatore, che amava unire alla consultazione minuziosa dei documenti l’esplorazione dei luoghi e il confronto con le popolazioni locali, necessità per lui inderogabili a chiunque si occupasse di questioni linguistiche.

Fecero parte del progetto e collaborarono alla vita del CSA numerosi docenti e studiosi di prestigio quali Giorgio del Vecchio, Aurelio Garobbio, Rinaldo Orengo, Achille Ragazzoni, Nicolò Rasmo, Guido Canali, Augusto Marinoni.
Nel 2000, allontanatosi dall’Alto Adige e giunto in Toscana, fondò il piccolo Gruppo di Studio Auser, che fu espressione locale del vecchio CSA. Lo diresse fino al 2013, quando allo scoccare dei novant’anni si trasferì definitivamente dal figlio in Venezuela, dove è rimasto fino alla fine dei suoi giorni.

L’Auser ebbe il merito di dare alle ristampe la terza edizione aggiornata delle Pagine di Diario 1940-1945 della Medaglia d’Oro al Valore Militare Emilio Bianchi, protagonista dell’assalto a Gibilterra nel ’40 e dell’epica impresa di Alessandria nel ’41. Si deve proprio all’amicizia con Ferruccio l’idea e lo stimolo a far metter su carta le memorie di questo indimenticabile ardito del mare. Oltreché linguista e storico, Ferruccio Bravi fu anche brillante articolista e pungente vignettista. Scrisse e disegnò su diverse testate locali dell’Alto Adige, di cui vale la pena ricordare la sua fitta partecipazione a La Vetta d’Italia, giornale fondato e diretto nel 1957 da Andrea Mitolo, storico federale del MSI bolzanino e amico fraterno di Ferruccio Bravi.

Se si esclude una brevissima parentesi nell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini, il nostro non ebbe mai tessere di partito e quando qualcuno gli domandava se si dichiarasse fascista, era solito rispondere che lui, prima di tutto, era un italiano: le appartenenze ideologiche venivano dopo. Se proprio doveva darsi un’etichetta, gli piaceva definirsi di Sinistra Nazionale, la sinistra di Pisacane, Mazzini, Garibaldi e Battisti. Disdegnava il lusso e le comodità. Gli ultimi anni in Italia li passò in una piccola casetta a Torre del Lago Puccini (LU), comprata in gioventù insieme all’amata moglie, dove si dedicava allo studio, alla scrittura e all’attività fisica: corsette attorno all’isolato, nuotate in mare di prima mattina, ginnastica e corda.

Modico a tavola, si concedeva soltanto il lusso di qualche tazzina di caffè, nutriva un profondo disprezzo per quest’Italia culi-in-aria (parole sue), smaniosa soltanto di metter le gambe sotto al tavolino e di riempirsi la pancia.
Sulla parete del suo studio era iscritta una frase del filosofo neoplatonico Plotino: “Cercate di ricondurre il divino che è in noi al divino che è nell’universo”. Citazione che descrive perfettamente la concezione spirituale dell’esistenza di Ferruccio Bravi, uomo nato e cresciuto cattolico, ma che gradualmente rifuggì dai dogmatismi e dalle liturgie, avversando sempre più le sovrastrutture delle tre religioni del deserto e andando alla ricerca di un rapporto più libero e diretto con il sacro: “Come il nostro nobile antenato latino che nel silenzio della selva mormorava ‘Deus inest'”.

“Cercate la Patria, il resto vi sarà dato in sovrappiù”

Chiunque l’abbia conosciuto o frequentato personalmente, non potrà mai dimenticare la sua cordialità e il suo ampio sorriso, coi quali accoglieva sempre gli amici, il suo entusiasmo giovanile, la vitalità che traspariva da ogni suo gesto e parola, la sua immensa cultura, mai cattedratica, ma sempre animata da un afflato pedagogico, come nell’immagine gentiliana dell’aquila che, a grado a grado, porta i suoi aquilotti fuori dal nido, fino a farli volare da soli. Il suo sguardo penetrante, curioso, ma anche corrusco e tagliente quando gli balenavano in mente le sorti avverse della Patria.

Patria che amo sempre più di sé stesso e per cui fu in perenne servizio. Era solito ripetere: “Cercate la Patria, il resto vi sarà dato in sovrappiù”. Questo era Ferruccio Bravi. “Viris meminisse”, agli uomini spetta ricordare, diceva Tacito. Speriamo, nei limiti imposti dal linguaggio, di esser riuscito ad assolvere a questo compito e di aver contributo un minimo a mantenere viva e alta la memoria di un grande uomo e di un grande italiano.

Sandro Righini

 

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4 Commenti

  1. Un grande difensore dei confini dell’Italia e difensore dell’identità nazionale in ALTO ADIGE. Siamo sempre meno….

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