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Roma, 10 feb – Due sono le certezze che febbraio “corto e amaro”– quest’anno pure “bisesto” – porta con sé: le stucchevoli polemiche sul Festival di Sanremo e quelle ancor più tristi sul “Giorno del ricordo“. In attesa di rileggere le solite invettive sul “10 febbraio” di pseudo-intellettuali di sinistra per i quali la “memoria” è “revisionismo” solo quando ricorda pagine scomode della loro storia, pare utile ripercorrere vicende e personaggi che hanno portato a cerchiare con la penna del ricordo questo giorno sul calendario, pronti a scoprire che di “fascista”, questa ricorrenza, non ha proprio nulla.

La storia del Giorno del ricordo

La legge n. 92 del 30 marzo 2004, è noto, ha colmato un vuoto di memoria: con essa «la Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del Ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale»: una solennità civile e non politica.

Il primo anno in cui si celebrò la ricorrenza fu il 2005. Il Presidente in carica era Carlo Azeglio Ciampi ma, già negli anni Settanta, il parlamentare Dc Paolo Barbi propose un riconoscimento per Zara. Nulla se ne fece e, piuttosto, nel 1969, l’Italia insignì Tito del titolo di Cavaliere[1]. Quali fossero le sue benemerenze acquisite verso l’Italia «nel campo delle lettere, delle arti, della economia e nel disimpegno di pubbliche cariche e di attività svolte a fini sociali, filantropici ed umanitari, nonché per lunghi e segnalati servizi nelle carriere civili e militari»[2] non è dato sapere.

A risollevare il “caso” fu Oscar Luigi Scalfaro che – dal 10 febbraio 1954 al 22 giugno 1955 – fu sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega specifica sulle questioni afferenti al confine italo-jugoslavo. In omaggio alla data in cui ricevette quell’incarico, il 10 febbraio 1993, visitò ufficialmente Trieste da presidente ritardando di un giorno il suo ritorno al Quirinale per ricevere – su consiglio del senatore Dc Lucio Toth – una delegazione di profughi italiani in Istria e Dalmazia.

L’incontro, frugale ma cruciale, spinse Scalfaro a scrivere una lettera per esortare il presidente del Consiglio Giuliano Amato a far «luce sulle circostanze che portarono all’eliminazione di alcune migliaia di cittadini italiani originari di quelle zone da parte delle formazioni partigiane jugoslave», invitando il governo a «respingere le tradizionali tesi addotte in passato dalle autorità jugoslave sull’inevitabilità degli eccessi in fatti di guerra», ricordando che «molte delle persone eliminate erano colpevoli soltanto di essere italiane. Da ciò la necessità di far luce ove possibile sui singoli casi, seguendo l’indirizzo della riabilitazione delle vittime innocenti dei governi comunisti»[3].

La lettera invitava il governo a chiedere a quelli di Slovenia e Croazia tutte le informazioni sui massacri che la Jugoslavia considerò “inevitabili”. Il momento era delicato poiché a breve si sarebbero svolte le “Conversazioni italoslovene sulla revisione del trattato di Osimo”[4]. La Farnesina sollevò il problema di un’«interferenza del Capo dello Stato su temi che sono riservati alla competenza del Governo della Repubblica, ovvero i temi della politica estera»[5]: un modo raffinato per non riaprire la questione, insomma.

A nulla servì il discorso di fine anno del 1997 durante il quale Scalfaro tornò sull’argomento: «Ricordo gli italiani in Slovenia. Una parola: vedete, pochi giorni prima avevo ricevuto i rappresentanti degli esuli Istriani, Dalmati… Li conosco, li ho conosciuti allora e ho avuto l’onore altissimo di stare vicino a molti di loro, la sofferenza di chi è venuto via… Uno di loro ha detto, in modo estremamente simpatico ed efficace: “Siamo venuti via per rimanere italiani […]. Sono stato là in Slovenia e in Croazia. Ho visto gli italiani. Ho visto che cosa vuol dire lottare per essere fedeli allo Stato del quale fanno parte oggi, ma per non perdere le radici della nostra cultura e della nostra italianità…».

Dopo due mesi il presidente del Gruppo del Gruppo Medaglie d’Oro al Valor Militare Furio Lauri inviò «ai colleghi delle associazioni nazionali combattentistiche e d’arma, comprese ovviamente quelle partigiane, la richiesta di adesione alla proposta di conferire la Medaglia d’oro al gonfalone di Zara»[6]. Il 21 settembre 2001 Ciampi la concesse. La cerimonia – convocata al Quirinale il 13 novembre – fu rinviata all’improvviso con risibili pretesti per non creare problemi con Zagabria. Il decreto non fu revocato ma la medaglia rimase nel cassetto[7].

Non è una solennità “fascista”

La prima delle cerimonie solenni per il “Giorno del Ricordo” si svolse nel 2006 e Ciampi poté consegnare sia le onorificenze alla memoria di alcuni parenti delle vittime delle foibe sia la Medaglia d’oro al merito civile a Norma Cossetto, la «giovane studentessa istriana, catturata e imprigionata dai partigiani slavi, […] lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba. Luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio»[8].

La storia del “Giorno del ricordo”, dunque, è stata scritta da uomini di buona volontà che di “fascista” non ebbero proprio nulla, a meno che non si voglia tacciare di “collaborazionismo” uno come Lauri – che dopo l’8 settembre 1943 prese parte agli scontri contro i tedeschi a Porta San Paolo – o i vari Barbi, Toth, Scalfaro e Ciampi, tutti democristiani che non ci risultano abbiano mai «percorso ambagi in compagnie malvagie e scempie»[9]. Via le ombre, dunque, dal “Giorno del Ricordo” e dal suo significato storico, identitario e, soprattutto, condiviso della ricorrenza.

Roberto Bonuglia

[1] Presidenza della Repubblica, Broz Tito Josip decorato di Gran Cordone, Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana, del 2 ottobre 1969.

[2] Legge del 3 marzo 1951, n. 178, in «Gazzetta Ufficiale», n. 73 del 30 marzo 1951.

[3] Ministero degli Affari Esteri, Testi e Documenti sulla Politica estera dell’Italia 1993/2, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1995.

[4] Comunicato del Ministero degli Esteri, «Nota Ansa», del 25 marzo 1993.

[5] V. Nigro, Scalfaro scrive ad Amato: “Verità sui massacri di Tito”, in «Repubblica», del 23 febbraio 1993.

[6] P. Mieli, Il martirio di Zara e la medaglia che non c’è, in «Corriere della Sera», del 23 marzo 2010.

[7] P. Simoncelli, Zara. Due e più facce di una medaglia, Firenze, Le Lettere, 2010.

[8] Presidenza della Repubblica, Onorificenza a Cossetto Sig.ra Norma, del 9 dicembre 2005.

[9] G. Aliberti,  I pronipoti di Oriani, in «Elite & Storia», a. III, n. 2, dell’ottobre 2003, p. 8.