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Palermo, 23 mag – Alle 17:58 del 23 maggio del 1992 mille kg di tritolo uccidevano Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre uomini della sua scorta (Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani). Prepariamoci, quindi, ad una giornata del ricordo zeppa di retorica con le lenzuola attaccati ai balconi e uno stuolo di opinionisti che ci inviteranno a non dimenticare. Bene, raccogliamo la sfida e iniziamo a raccontare ciò che i professionisti dell’antimafia preferirebbero rimuovere. Per fare ciò è necessario fornire qualche dettaglio biografico sulla vita del magistrato palermitano.

Falcone: dall’infanzia alle aule di tribunale

Giovanni Salvatore Augusto Falcone nacque il 18 maggio del 1939 a Palermo nel quartiere della Kalsa. Il futuro magistrato nacque da una famiglia benestante, il suo secondo nome fu una dedica allo zio materno Salvatore Bentivegna, tenente dei Bersaglieri morto sul Carso colpito da una granata durante la prima guerra mondiale. Anche il padre partecipò alla Grande Guerra e ferito trascorse quasi un anno in ospedale. Il terzo nome Augusto nasceva dalla passione del padre per l’antica Roma. Una famiglia siciliana lontana dagli stereotipi che riguardano la Trinacria. Dopo il liceo anch’egli provò la carriera militare ma capì subito che non faceva per lui. Tornò a Palermo e nel 1961 si laureò con il massimo dei voti in Giurisprudenza. Dopo 3 anni vinse il concorso ed entrò nella magistratura italiana. Per 15 anni si occupò di diritto civile, fu il giudice Rocco Chinnici che lo volle all’Ufficio istruzione della sezione penale.

Il giovane magistrato si scaglia contro la mafia

Falcone, nonostante i dubbi della sua famiglia, decise di accettare l’incarico. Nasce così il pool antimafia: un gruppo di magistrati che si occupava della medesima indagine, diluendo i rischi e le responsabilità personali e distribuendo il carico di lavoro. L’idea fu di Rocco Chinnici, capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo che si avvalse inizialmente della collaborazione di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino e di Giuseppe Di Lello. La vita di Falcone da quel momento non sarebbe stata più la stessa. Pagò la sua scelta come suo zio Salvatore. Dirà lui stesso più tardi: “Occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi, perché è in ciò che sta l’essenza della dignità umana”. Arrivò poi la confessione di Buscetta e il maxiprocesso: la sentenza inflisse 360 condanne per complessivi 2665 anni di carcere e undici miliardi e mezzo di lire di multe da pagare, segnando un grande successo per il lavoro svolto da tutto il pool. Questo successo attirò l’invidia di molti colleghi che faranno di tutto per mettergli i bastoni tra le ruote.

L’ostilità dei suoi colleghi

Anche se a molti suonerà strano, a ostacolare la carriera di Giovanni Falcone furono soprattutto i suoi colleghi. Il primo episodio si verificò nel 1988. Caponnetto (il successore al vertice del pool dopo l’assassinio di Chinnici) si apprestava a lasciare l’incarico per “raggiunti limiti d’età”. Tutti ovviamente si aspettavano che il successore fosse Falcone. Le cose non andarono affatto così. Il 19 gennaio 1988, dopo una discussa votazione, il Consiglio Superiore della Magistratura nominò Antonino Meli. Quest’ultimo sarà eletto anche grazie al voto di Magistratura Democratica (la corrente vicina all’ex Partito Comunista). Il giudice, eletto con il voto delle toghe rosse, si insedia a gennaio del 1988 e a luglio dello stesso anno Falcone chiede di essere destinato a un altro ufficio. Il 21 giugno del 1989 si verifica un altro episodio misterioso. Nella villa al mare del magistrato fu ritrovato un borsone con 58 candelotti di dinamite. L’attentato fallì per colpa del detonatore difettoso. Una tesi che però non convinse nessuno anche perché l’esplosione doveva avvenire proprio nel giorno che il giudice svizzero Carla Del Ponte era ospite di Falcone. Tornando a Palermo, dopo due anni di tensioni e veleni, Falcone accettò la direzione della sezione Affari Penali voluta dall’allora ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli.

Da questo momento parte l’attacco a testa bassa di giudici di Magistratura democratica. Potremmo citare altri episodi ma bastano le parole pronunciate da Ilda Boccassini. Tre giorni dopo la morte nell’attentato di Capaci si svolse al palazzo di Giustizia di Milano la commemorazione del magistrato ucciso. In quest’occasione la Boccassini si scagliò contro i suoi colleghi partendo da Gherardo Colombo: “Tu diffidavi di Falcone, perché sei andato ai suoi funerali?”. “Sabato – continua il giudice milanese – sono andata a Palermo ma l’ho fatto alla chetichella, tardi, quando tutti se n’erano andati. E domenica mattina sono tornata presto all’obitorio, perché volevo essere sola come era stato solo Giovanni. Non volevo vedere lo scempio che si sta verificando oggi a Palermo, con i funerali di Stato. Voi avete fatto morire Giovanni Falcone, voi con la vostra indifferenza, le vostre critiche. C’è tra voi chi diceva che le bombe all’Addaura le aveva messe Giovanni o chi per lui”. Nessuno ebbe il coraggio di parlare.

Gli attacchi dei politici

Almeno quest’anno la pandemia ci risparmierà le sfilate di politici affranti. Probabilmente useranno i social per mostrare il proprio cordoglio. Pur essendo un uomo di sinistra gli attacchi nei confronti del giudice palermitano non venivano dalla Dc ma dal Pci. Per questo è utile ricordare l’articolo pubblicato su L’Unità scritto da Alessandro Pizzorusso, componente laico del CSM designato dal Partito Comunista. Pizzorusso sosteneva che Falcone non sarebbe stato “affidabile” e che, essendo “governativo”, avrebbe perso le sue caratteristiche di indipendenza. Il Pci contro Falcone? La risposta la trovate in quest’articolo.

Il membro del Csm era, però, in buona compagnia. Gli attacchi più duri venivano dal sindaco “antimafia” Leoluca Orlando. La prima occasione avvenne quando il mafioso Giuseppe Pellegriti decise di “pentirsi”. Falcone dopo aver ascoltato il testimone di giustizia decise di emettere nei suoi confronti un mandato di cattura per calunnia. Non c’è da stupirsi se a suffragare le accuse di Pellegriti c’era Angelo Izzo. Ma i due galantuomini avevano accusato Salvo Lima nemico giurato di Orlando e del movimento antimafia. L’incriminazione di Pellegriti venne vista come una sorta di cambiamento di rotta del giudice dopo il fallito attentato dell’Addaura. Contro di lui si scagliarono tutti i politici che avevano costruito la loro carriera infangando la reputazione altrui.

Ricordiamoci che per le accuse del sindaco di Palermo dovette rispondere anche al Csm. In assenza dei social la tv offriva a questi signori un bel palcoscenico dal quale lanciare le loro accuse. La polemica riesplose a maggio, quando Orlando intervenne alla seguitissima trasmissione televisiva di Rai 3 Samarcanda, dedicata all’omicidio di Giovanni Bonsignore. Il primo cittadino di Palermo si scagliò contro Falcone che, a suo dire, avrebbe “tenuto chiusi nei cassetti” una serie di documenti riguardanti i delitti eccellenti della mafia. La risposta di Falcone fu durissima: “Questo è un modo di far politica attraverso il sistema giudiziario che noi rifiutiamo. Se il sindaco di Palermo sa qualcosa, faccia nomi e cognomi, citi i fatti, si assuma le responsabilità di quel che ha detto. Altrimenti taccia: non è lecito parlare in assenza degli interessati”. Uno schiaffo, quello del sindaco di Palermo, che la sorella di Falcone non dimenticò. Anni dopo, in un collegamento telefonico con il programma radiofonico Mixer accusò Orlando di aver infangato suo fratello: “Hai infangato il nome, la dignità e l’onorabilità di un giudice che ha sempre dato prova di essere integerrimo e strenuo difensore dello Stato contro la mafia, lei ha approfittato di determinati limiti dei procedimenti giudiziari, per fare, come diceva Giovanni, politica attraverso il sistema giudiziario”.

L’ipocrisia dei giornalisti

E veniamo ai giornalisti. Se vogliamo capire il rapporto tra i media e Giovanni Falcone dobbiamo fare un esperimento: leggere prima la home page del sito de La Repubblica di oggi e metterlo a confronto con un articolo firmato da Sandro Viola e pubblicato sull’omonimo quotidiano il nove gennaio del 1992. Alcuni rimarranno sorpresi dell’astio che il giornale di De Benedetti nutriva nei confronti del magistrato siciliano. L’articolo incriminato inizia così: “Da qualche tempo sta diventando difficile guardare al giudice Falcone col rispetto che s’era guadagnato”. Ma qual è la colpa di cui si è macchiato il giudice palermitano? Il presenzialismo. Detto da questo giornale sembra una battuta, visto che stiamo parlando del megafono delle procure, soprattutto di quelle “democratiche”.

In più si criticava Falcone per aver scritto un libro intervista con Marcelle Padovani, il celebre Cose di cosa nostra: Il giudice Falcone entrato a far parte di quella scalcinata compagnia di giro degli autori di istant books, degli opinionisti al minuto, dei noti esperti, degli ospiti in studio, che sera dopo sera, a sera inoltrata quasi un memento mori s’affacciano dagli schermi televisivi. Né il giudice Falcone – continua Viola – può invocare la sua esperienza del crimine, e del crimine mafioso in particolare, come giustificazione di tanti interventi. Certo, ci sono materie in cui la parola va data al noto esperto: la gastronomia, poniamo, il giardinaggio, il salvataggio dei monumenti. Ma parlare del crimine quando si ricopre un’altissima carica nell’amministrazione della giustizia, è diverso”. Un’accusa che non sta in piedi.

Se Falcone appariva tanto in televisioni, lo faceva per cercare di mettersi al riparo dalla violenza di Cosa Nostra. Proviamo a fare un esempio. Se qualcuno con aria sospetta vi segue preferite entrare in un bar affollato oppure vi dirigete in una stradina deserta? Fare dei paragoni tra i giudici di ieri e di oggi è impossibile.

L’insegnamento di Falcone: la mafia non è invincibile

In conclusione, l’insegnamento più importante che ci lascia Falcone è che la mafia non è invincibile: “È un fatto umano, e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni”. Oggi la mafia siciliana è fortemente indebolita ma nessuno osa dirlo. Eppure si è creata una vera e propria rete di associazioni no profit e ong che trae il proprio guadagno da un’associazione criminale che è fortemente indebolita. Per onorare al meglio il sacrificio di Giovanni Falcone bisogna impedire che dopo aver umiliato il giudice siciliano in vita, si usi la sua figura per trasformare l’antimafia in un redditizio business.

Salvatore Recupero

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