Roma, 31 dic – Il 31 dicembre 1855 nasceva a San Mauro di Romagna Giovanni Pascoli, poeta e critico letterario nonché figura di spicco – insieme al “nemico” Gabriele D’Annunzio – del decadentismo nostrano. Ma non solo. Sì, perché il letterato del Fanciullino fu anche pensatore politico. Prima con simpatie anarchiche e (soprattutto) socialiste, poi altresì caratterizzate da un deciso accento nazionalista. Manifesto di questa nuova sintesi fu il discorso della grande proletaria, nel quale l’autore sembra definitivamente affermare una superiore missione italica.

Giovanni Pascoli, un poeta di virtù prodigiosa

Non ancora adolescente, la vita di Zvanì (così era amorevolmente chiamato dalla sua numerosa famiglia) fu drammaticamente segnata dalla morte del padre. Assassinato nelle notte delle stelle cadenti, il suo omicidio – reso famoso dai componimenti X agosto e La cavallina storna – non avrà mai giustizia. Definito poeta di virtù prodigiosa dallo studioso Renato Serra, secondo lo stesso erudito cesenate l’essenza dell’arte pascoliana non fu mai nella forma e nei versi, ma nel puro contenuto. Ossia nella natura e negli oggetti descritti. Sempre continuando con le parole dell’intellettuale da trincea, il conterraneo ha “popolato la campagna di uccelli, fiori, profumi e persone vive; ha dato una voce alle cose più umili…voci che tutti sfuggivano, sensazioni e sfumature che per tutti si perdevano nel flusso della vita”. Concetto definito in maniera più caustica dal Vate, per il quale lo scritto del Pascoli fu mancante di mistero.

Piccolo nido e grande nido

Studente del Carducci e amico di Andrea Costa – primo deputato socialista – nella sua poetica uno dei temi centrali è il (piccolo) nido. Un luogo, sia simbolico che fisico, dove poter trovare rifugio. Ma famiglia ed affetti non potevano bastare: cresce così in Pascoli la consapevolezza dell’esistenza di una dimensione più grande, dalla quale spingersi al “dovere di contribuire per l’umanamento e incivilimento dei popoli”. Quella realtà maggiore è l’Italia, “nobilissima su tutte le altre”. Nell’Ode al corbezzolo il romagnolo riconosce in Pallante (figlio di Evandro, alleato di Enea) il primo martire della causa nazionale. Foglie verdi, fiori bianchi e bacche rosse: riprendendo l’Eneide vede nelle spoglie del giovane, ornate dal sempreverde albatro, la bandiera italiana.

La grande proletaria si è mossa

Arriviamo così al 26 novembre 1911. Nel teatro di Barga Pascoli, parlando della guerra italo-turca, sostiene fermamente il nostro intervento nell’attuale Libia. Si vis pacem, para bellum avrebbero detto i romani: ai popoli che sanno usare solo la forza, la pace non può essere imposta che tramite la guerra.

Descrive quelle terre che avrebbe voluto chiamare Tripolitalia (sua la firma su una lettera ritrovata pochi anni fa negli archivi del Vittoriale) come “una vasta regione bagnata dal nostro mare” e attenzionata dalle piccole isole. Coste verso le quali si “protende impaziente” la Sicilia proprio perché “già per opera dei nostri progenitori fu abbondevole d’acque e di messi, e verdeggiante d’alberi e giardini”. Sull’opposta sponda del Mediterraneo dove una volta era Roma “l’inerzia di popolazioni nomadi” fece però avanzare il deserto.

La nazione “possente e serena” possiede quindi tutto il “diritto di non essere bloccata nei suoi mari”. Dopo aver in passato distribuito l’alfabeto, ammaestrato il diritto e adempiuto eroicamente al dovere, con “nuova scienza ed antico eroismo” gli italiani tornano in Nordafrica. Per far risuonare il sì dantesco, il terra di Colombo e l’avanti garibaldino. Attraverso quell’invisibile spirito con cui Marconi fece scrivere “coi guizzi del fulmine” i nostri uomini ancora una volta “apriranno vie, colteranno terre, deriveranno acque, costruiranno case, faranno porti”. Un inno all’Italia, un inno al lavoro.

Ricordato per aver disintegrato e rivoluzionato la forma tradizionale del linguaggio poetico, Giovanni Pascoli – come abbiamo appena visto – al termine della sua maturazione politica riuscì a cogliere anche l’essenza eterna del nostro popolo. In ogni luogo in cui quest’anima si manifesterà basterà alzare gli occhi al cielo. “Guardate in alto, vi sono anche le aquile”.

Marco Battistini

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