Roma, 16 ott – Tutti conoscono la storia di Antonio Meucci, poliedrico inventore fiorentino al quale viene riconosciuta, ma solo ufficiosamente, l’invenzione del telefono. Emigrato nelle Americhe per motivi lavorativi, a causa di sospetti ritardi nella fase di sperimentazione non riuscì mai a sfruttare commercialmente la propria invenzione, da lui chiamata “telettrofono”. La paternità ufficiale di apparecchi dediti alla trasmissione della voce a distanza è infatti assegnata al britannico Bell, consulente della compagnia telegrafica che “casualmente” smarrì la documentazione del nostro. In molti meno sono però al corrente che allo sfortunato genio di un altro italiano dobbiamo l’esistenza del cinema sonoro. Stiamo parlando – alzi la mano chi conosce il suo nome – di Giovanni Rappazzo.

Giovanni Rappazzo e il cinema muto

Nato in quel di Messina il 16 ottobre 1893 diventa perito elettrotecnico, insegnando successivamente nello stesso istituto dove consegue il diploma. Per contingenze familiari – il fratello possiede un cinema – si appassiona alla settima arte. Sono i tempi del cinema muto: talvolta accompagnata dall’orchestra, la proiezione si avvale più frequentemente di letture didascaliche, commenti e rumori di scena. E, giusto per rimanere in tema di primati nazionali, uno dei più grandi interpreti mondiali del dramma privo di parola è un altro connazionale, il pugliese Rodolfo Valentino.

La sperimentazione di Rappazzo

Negli anni antecedenti al primo conflitto mondiale il giovane Rappazzo aiuta la famiglia, facendo il proiezionista nella sala all’aperto. Durante una riproduzione serale, il crescente brusio del pubblico – protestante per la pellicola montata al contrario – fa scattare qualcosa nella testa del ragazzo: la possibilità di sincronizzare l’immagine con il suono. All’interno di un locale adibito a riparazioni delle macchine da proiezione inizia così la sua attività di “ricerca e sviluppo”. Sperimentazione con riscontri positivi. Nell’estate del 1913 la città peloritana è la prima in assoluto ad assistere a questa nuova tipologia di cortometraggio. Brevi filmati di vita quotidiana ripresi dallo stesso inventore: il traghetto in partenza sullo stretto, le voci dei pescatori, le melodie della natura. Il siciliano è a tutti gli effetti il padre delle pellicole sonorizzate. Un salto tecnologico però fin troppo ardito per i tempi che furono: lo considerano pazzo, insinuando che fosse in rapporti con il demonio.

I brevetti e lo scontro con la realtà

Incurante del pettegolezzo il genio continua per la sua strada. Ma lo scoppio della grande guerra rallenta le attività burocratiche. Rappazzo deve quindi rinviare il deposito dei brevetti al 1921. Presentata a inizio anno alla prefettura di Genova, l’invenzione denominata “Elettrocinefono” comprende “fono film”, cioè una particolare pellicola, rilevatore elettrico di suoni e vibratore fono-elettrico. La geniale trovata però si scontra ben presto con la dura realtà della prima industria cinematografica. Per la quale il cinema, nato muto, sarebbe rimasto tale. Senza finanziamenti il progetto (rivoluzionario sia dal punto di vista tecnico che conseguentemente a livello di riprese: avrebbe avuto ripercussioni anche sulla recitazione) si arena. Per ristrettezze economiche i brevetti, di durata triennale, non vengono rinnovati.

L’usurpazione americana

Quest’ultimo particolare non sfugge alla Fox. La casa di produzione statunitense – che aveva ricevuto da Rappazzo, in totale buonafede, i progetti e una pellicola sonora – riesce ad ottenere un diritto esclusivo di sfruttamento per un sistema identico a quello italiano.

Morto ultracentenario nell’aprile 1995, cercò fino alla fine la dovuta giustizia. Si appellò anche alla grande politica: la prima lettera destinata a Mussolini, l’ultima ad Andreotti. Con la proiezione oltreoceano di The jazz singer (6 ottobre 1927) iniziò ufficialmente l’epopea del film sonoro che oggi tutti conosciamo. Una storia usurpata che, come abbiamo visto, ha la sua origine naturale con quasi tre lustri di anticipo nel nostro paese. Il cinema insomma parla letteralmente italiano. Fin da quando ha avuto voce.

Marco Battistini

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