«E sembra un sabato qualunque, un sabato italiano / Il peggio sembra essere passato / La notte è un dirigibile che ci porta via lontano», cantava all’inizio degli anni Ottanta Sergio Caputo, comunicando la lieve sensazione di un’Italia che si lasciava alle spalle le pesantezze del decennio precedente. Uscito dalla stagione del terrorismo, il Paese si avviava a provare la gioia comunitaria della vittoria ai Mondiali di Spagna, durante i quali – notava Giano Accame – si tornava anche a sventolare con orgoglio la bandiera tricolore.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di settembre 2022

Gli anni di piombo erano finiti, le due principali chiese politiche, Dc e Pci, uscivano estenuate dal tentativo di compromesso storico che si era concluso con il sangue di Moro. In questo contesto storico diventava presidente del Consiglio un uomo di cultura, prestato alla politica, ed erede della tradizione risorgimentale: Giovanni Spadolini.

La carriera giornalistica

Era nato a Firenze nel 1925 da Guido Spadolini, un pittore di ispirazione macchiaiola e divisionista, che trasmise al figlio la passione per lo studio. L’esordio di Spadolini come scrittore fu precoce: mentre infuriava la guerra sul suolo italiano diviso tra i tedeschi in ritirata e gli anglo-americani, lui, poco più che studente liceale, pubblicò i primi articoli sulla rivista Italia e civiltà, fondata da Barna Occhini e pubblicata a Firenze. Nel crepuscolo del fascismo, la rivista tentava di difendere le ragioni dell’ideologia, non senza una riflessione critica riguardante gli errori che erano stati commessi e le cui ombre si dilatavano nel clima di disfatta incombente. Sulle pagine della rivista comparivano anche articoli di Giovanni Gentile e Ardengo Soffici.

Nell’immediato dopoguerra la passione per il giornalismo diventa professione. Spadolini viene assunto da Mario Missiroli nella redazione del Messaggero. Collabora inoltre a due riviste che esprimono due modi alternativi di concepire l’Italia: Il Mondo di Pannunzio e Il Borghese di Leo Longanesi. Il Mondo aveva una linea liberale di sinistra; viceversa Il Borghese, passando dalle mani di Leo Longanesi a quelle di Mario Tedeschi, si rivolgeva al pubblico di lettori delle destre neofascista, monarchica, liberalconservatrice. In verità, oltre che sul Borghese, Spadolini scrisse anche sul Roma di Achille Lauro: la sua firma può essere ritrovata nelle raccolte dei primi anni Cinquanta.

Spadolini e l’eredità di Garibaldi

E tuttavia fu sul Mondo che Spadolini espresse più organicamente la sua visione storico-politica: ad esempio in una serie di articoli su Giuseppe Garibaldi (poi raccolti nel libro I radicali dell’Ottocento: da Garibaldi a Cavallotti). Garibaldi veniva interpretato da Spadolini come l’ispiratore delle posizioni della sinistra radicale di fine Ottocento, dunque non un «socialista patriottico» come amava definirlo Craxi, ma il maestro politico di una «terza forza» che si interponeva tra la destra conservatrice e i partiti dell’internazionalismo proletario. Come dare torto a Croce, che vedeva dietro ogni dibattito storiografico un riferimento alle battaglie politiche del presente? Il Garibaldi di Craxi è – guarda caso – un «socialista riformista pragmatico», mentre il Garibaldi di Spadolini è «terza forza», quasi «ago della bilancia» come il Pri negli anni Ottanta amava presentarsi…

Ma è interessante notare come le posizioni politiche di Spadolini siano state anticipate di circa trent’anni nelle elaborazioni culturali della metà degli anni Cinquanta: la cultura dunque e un argomentato repertorio di idee venivano prima della discesa in campo con la candidatura. Qualcosa di molto diverso dalle improvvisazioni odierne di balbettanti leader…

Galeotto fu Montanelli

Ma come accadde che un serioso, a tratti anche ampolloso, intellettuale fu attirato nel vortice dell’attività politica? C’entra il Sessantotto e c’entra anche Indro Montanelli. Lasciata alle spalle la collaborazione con Il Borghese ed esauritasi l’esperienza del Mondo, Spadolini aveva fatto una rapida carriera nella grande stampa borghese. Nel 1953 viene chiamato da Missiroli al Corriere della Sera, a soli 29 anni dirige il Resto del Carlino, nel 1968 torna al Corriere della Sera e stavolta in veste di direttore. Un giornalista molto «professorale» diventa direttore del primo giornale d’Italia (quello che sempre ha interpretato lo Zeitgeist…) proprio nell’anno in cui si scatenava la furia iconoclasta dei giovani che volevano emulare in maniera casereccia la Rivoluzione culturale di Mao, quel misto di fanatismo comunista e nichilismo che veniva dalla Cina. Spadolini fu presto vittima del clima surriscaldato.

Leggi anche: La giovinezza di Montanelli ebbe un nome: Berto Ricci

Nel momento in cui la Crespi, detta «la zarina», proprietaria del Corriere, spinge per introdurre «l’eskimo in redazione», Spadolini viene estromesso dalla direzione e successivamente Montanelli viene indotto a uscire. Per Giovannone si chiude la porta del Corriere, ma si apre il portone della politica ed è proprio Montanelli a introdurlo. Alle elezioni del 1972 Ugo la Malfa chiede a…

La tua mail per essere sempre aggiornato

Commenta